Lettera ad un vecchio scolaro, Augusto Placanica
di Vito e Maria Sirago
Caro Placanica,
non mi è piaciuta la tua conclusione: te ne sei andato prima di me, che sono più vecchio e non so rassegnarmi della tua inattesa sparizione. Ti sarai appesantito col tempo, avrai accentuato i connotati, ma nella mia memoria ti vedo ragazzo, giovanottino, come ti presentavi nei due anni di ginnasio che trascorresti nella nostra aula del "Galluppi" di Catanzaro, in mezzo ai compagni festosi e rispettosi, soddisfatti di vivere come mostrava la spontanea allegria. Aula, parola grossa. La nostra era poco più di una saletta, dove erano pigiati oltre 30 ragazzi su quattro banchi, lunghi come quelli di chiesa, scomodissimi, accostati al muro esterno, scostati dall'interno quel tanto per passare: quando cadeva un libro e una penna dovevano alzarsi i 7/8 ragazzi per ottenere il ricupero. E intanto si alzavano in continuazione, per andare a gabinetto, per futili motivi, in ininterrotto trambusto, che stancava più dello stesso sforzo di stare seduti, attenti alle spiegazioni.
Faccio l'appello. Arrivo « Placanica, vedo che alza la mano: "Presente!" Tu arrossivi imbarazzato. Non davi fastidio: non ricadeva il vocabolario, non la penna stilografica (le biro non esistevano, ne circolava qualcuna, ma a carissimo prezzo, 2/3 di stipendio!) non ti sfuggiva il piede per assestare un calcio a qualcuno, né si muoveva eccessivamente il gomito. Tu sei un ragazzo controllato:mi dicevano i compagni sottovoce "è figlio d'un colonnello": ma io non ho mai conosciuto tuo padre, allora erano pochi padri e madri che andassero a far petulanza agl'insegnanti dei loro figli. Tu venivi preparato, consegnavi i compiti scritti con precisione, rispondevi solo se interrogato. Non davi fastidio nemmeno ai compagni: non amavi far comunella né attaccar litigio con nessuno. Non ti ho visto nemmeno sfilare negli scioperi, pardon, manifestazioni patriottiche. In quegli anni gli scolari avevano un decoroso pretesto, di gridare "Trieste Italiana!": brandivano le bandiere per Trieste e si assentavano dalle lezioni. No, tu non eri né promotore né partecipante al chiasso studentesco. Te ne stavi quieto al tuo posto, l'ultimo posto addossato alla parete di fondo, e ti animavi solo quando eri interrogato o quando ti consegnavo il compito scritto, segnato e corretto. T'inalberavi immediatamente di fronte ai segni blu e chiedevi spiegazione con voce decisa, pacata ma ferma. Ed io a spiegarti, a ricordarti le regole. Seguiva lo scoppio della tua ira contro te stesso, tanto da indurmi a intervenire: "Non è niente: sbagliano tutti. Farai meglio la prossima volta". Era consolazione reciproca.
Siamo stati due anni insieme, caro Placanica, direi in perfetta armonia. Ci siamo lasciati, ma con benevolenza reciproca. Poi tu sei cresciuto, sei andato avanti. Io ti seguivo con la coda dell'occhio, come facevo con gli altri che più avevano attirato la mia attenzione. A fine settembre 1952 sono partito da Catanzaro e dopo anni, ed altri anni, ti ho ritrovato uomo fatto, professore affermato. Mi parlavi dei tuoi studi, dell'incontro già avuto con Don Pippo De Nobili, direttore della Biblioteca di Catanzaro. Nella figura di Don Pippo ci siamo rincontrati di nuovo: io qualche anno prima, tu poco dopo. Biblioteca a piano terra, nella sede del Municipio di Catanzaro, sullo spigolo a sinistra della fronte. Lui sedeva nel vano della finestra, minuto, la lunga barba ingiallita quasi immersa e seminascosta sul petto ombreggiato dalla larga falda del cappello gualcito, da cui spuntavano nitide le luci di due occhi che penetravano profondamente nel cuore e nel cervello degli interlocutori, raccogliendo tutte le immagini non solo della piazzetta antistante, ma anche della stradina che scendeva direttamente dal Corso. Non c'era persona locale o forestiera, che non fosse fotografata da quegli occhi. Giungere a Catanzaro e sfuggire agli occhi di Don Pippo era impossibile: e poiché Catanzaro d'allora viveva sull'unico Corso che l'attraversava, si può dire che Don Pippo coglieva le fotografie di tutti quanti si avventurassero per la città in quel tempo benedetto.
Io l'avevo conosciuto fin dal primo arrivo a Catanzaro, nella breve licenza militare del Natale del 1942: mi ero presentato in Biblioteca (non sapevo fare altro che leggere!) e volli dare un'occhiata sugli autori latini ivi esistenti. Scoprii l'edizione di Frontone, proprio quella curata da A. Mai: non mi sembrò vero, la volli consultare. Don Pippo restò allibito: mi affidò il libro, si ritirò in silenzio, non volle più parlare nel vano della finestra, restò in silenzio fino al momento della restituzione. Mi indicava a tutti i visitatori, con gesto: "Zitto, sta leggendo Frontone". Da quel giorno Don Pippo mi proclamò latinista. Lo rividi quando fui congedato e assegnato alla cattedra del "Galluppi": per lui rimasi il latinista, poi proclamato ai quattro venti tra il rispetto dei Catanzaresi.
Caro Placanica, quando tu sedevi preoccupato all'ultimo banco della nostra aula, Don Pippo era già il mio sostenitore. Mi raccontava tutto della sua giovinezza, allegra, spensierata, festosa, trascorsa a Roma per seguire gli studi giuridici, tra fine Ottocento e primi Novecento, allora occorrevano 3 o 4 giorni per giungere da Catanzaro a Roma: raggiungere faticosamente "lu Pizzu" (Pizzo Calabro), attraverso le infinite curve che salgono a Tiriolo e poi scendono a Nicastro, prendere la nave a Pizzo, sbarcare a Salerno e di qui finalmente il treno per Roma! Come andare in America. E a Roma, che vita! Spensierata, far baccano in tutte le dimostrazioni politiche (anarchiche e socialiste), lanciare i cavalli a correre sfrenatamente nel Corso sgombro per l'occasione del Carnevale. Insomma, se n'era visto bene della sua giovinezza! E poi il lungo periodo del fascismo, chiuso nella Biblioteca, sfottitore dei grandi e dei piccoli gerarchi, ma tollerato bonariamente da tutti, sia per il suo prestigio personale che per la bonomia del carattere Catanzarese, cui una battuta spiritosa vale molto più della tracotante imposizione.
Caro Placanica, dopo di me anche tu hai conosciuto e apprezzato Don Pippo: e forse proprio per questa conoscenza reciproca hai rinsaldato i tuoi ricordi alla mia figura. Certo, le poche volte che ci siamo incontrati, mi parlavi di Don Pippo con entusiasmo e commozione, come se avesse centrato la tua intera attenzione. Ora Catanzaro non sarà più quella che abbiamo conosciuta. Io sono pieno di ricordi piacevoli dei miei 8 anni trascorsi a Catanzaro. Anelo sempre di rivederla ma ho paura: l'ultima volta che ci sono stato sono rimasto sgomento a non riconoscere più alcun volto del passato, come mi trovassi fra gente del tutto sconosciuta. Sarà successo questo anche a te? Mi auguro di no. Ogni volta che ti ho rivisto, ho sempre ripensato al felice tempo del nostro Ginnasio, quando il maggior cruccio proveniva dalle forme strane dei verbi multitematici del greco antico. Ti rivedevo sempre ragazzo, apparentemente timido, ma realmente forte e deciso. Ti rivedevo ragazzo perché tu stesso, già ordinario su cattedra universitaria e mio collega, ti rivolgevi a me con la stessa aria di rispetto, forse più franca e più libera, ma in ugual misura deferente, come quando rispondevi: "Presente!" all'appello quotidiano.
Di padre in figlio: il ricordo di Maria Sirago
I miei primi ricordi risalgono alla fine degli anni '70, quando iniziò il seminario sui catasti, che io seguivo con Marisa (Maria Rosaria Pelizzari, mia buona amica). Ci stipavamo nella mia '500 blu, e via, alla volta di Salerno. Quei seminari erano quasi una festa, si chiacchierava, si discuteva, si approntavano schede per la rilevazione dei dati, si confrontavano le esperienze, si parlava di computer (il professore era stato precoce nella scoperta dei suoi molteplici usi, era uno sperimentatore folle, anche se poi era rimasto legato alla sua penna stilografica, con la quale apponeva firme svolazzanti, quasi barocche). Si parlava anche di altre "diavolerie" (aveva trovato il modo di procurarsi un lettore di microfilm "da campo", portatile). Insomma, era incuriosito da ogni aggeggio, macchina o similia, anche se poi nella polvere dell'archivio si districava spolverando il tavolo come meglio poteva. Tutta quella esperienza apparentemente sembrò non dare frutto, visto che io al Convegno sui Catasti non ho partecipato, per miei problemi personali. Ma ancora oggi utilizzo questa fonte seguendo le linee guida che allora furono approntate e messe a punto, tanto che nel mio libro uscito quest'anno, a lui idealmente dedicato, li ho utilizzati ampiamente. Ma ho partecipato ad altri Convegni, da quello sul Principato Citra, a Castiglione di Genovesi, fino agli ultimi sul '99, a Cosenza e ad Amalfi, dove abbiamo continuato le nostre amabili chiacchierate. Ma il mio ricordo più caro è stato il periodo di fine anni '80, quando mi ha affidato la stesura del capitolo sulla Calabria del '600 per la Storia di Calabria da lui curata. Per questo periodo storico vi era poca bibliografia, per cui con il suo aiuto sono riuscita a reperirne un bel po'. Ci incontravamo nella sua abitazione di via Vernieri, dove io gli confidavo i miei dubbi e lui, da maestro paziente, mi dava preziosi consigli. Ricordo che, fidando nel mio ruolo di insegnante di materie letterarie, mi ripeteva sempre "Se non si è letto il romanzo del Manzoni, non si riesce a scrivere niente in modo corretto!". Ma in quelle "sedute letterarie" mostrava anche il volto del buon nonno, col primo nipotino appena nato, spesso tra le sue braccia. E ricordo una conferenza dove il piccolo, seduto in braccio alla mamma, tendeva le braccine al nonno che disquisiva, quasi infastidito dal fatto che egli non accorresse a prenderlo, come faceva di solito (poi ho rincontrato il "piccolo", ormai adolescente, ad uno degli ultimi convegni o incontri, sempre attento al percorso del nonno, che continuava a seguire con affetto). In realtà il buon Augusto (negli ultimi anni non ha voluto più il titolo di professore, esigendo da me che lo appellassi col nome di battesimo, cosa che però mi creava notevole imbarazzo) avrebbe voluto indirizzarmi verso studi a lui congeniali, da lui proposti più volte. Ma io ho preferito occuparmi del mare, un settore poco praticato quando ho iniziato, per cui spesso sono rimasta sola, priva di un referente. Ma quando gli ho proposto le mie tematiche, nei convegni di volta in volta organizzati nel suo Dipartimento, ha accolto sempre le mie proposte con entusiasmo, fino a quello su "Il fantasma di Caracciolo", dandomi sempre ottimi consigli. Anche il mio interesse verso i viaggiatori stranieri è nato sulla scorta delle sue ultime opere letterarie, da me lette con interesse, da cui ho tratto ottimi spunti. Insomma, per me Augusto è stato un maestro, a cui poi mi legava quel "fil rouge" con mio padre (maestro - allievo - maestro della figlia del suo maestro), un legame indefinibile, richiamato sempre da un "Come sta tuo padre? -Bene, continua sempre a scrivere - Salutamelo con affetto". Perciò ora sono contenta che i due ricordi siano messi insieme, per continuare ancora quel dialogo ideale che all'improvviso si è spezzato. Anch'io, come mio padre, sono rimasta male dalla sua scomparsa, quasi un tradimento. Ma come? Avevamo ancora tante cose da dirci, avevi ancora tanti consigli da darmi, dovevamo ancora parlare di tanti progetti, tante idee, e te ne sei andato così, da un momento all'altro! E' per questo che il mio ricordo, come quello di mio padre, appare dopo tanto tempo. Non volevamo arrenderci, anzi, ancora immaginiamo di parlare con te, caro Augusto, in un colloquio ideale che non avrà mai fine.
Maria Sirago

