Lettera di Federico Procopio
(leggi la lettera manoscritta)
Gentile Dott. Ssa Maria Luisa Placanica,
tanto onore mi fa la Sua richiesta: dire in breve di Suo papà è, per me, cosa assai difficile.
Le mando uno scritto del tutto insufficiente ché non basterebbe il più lungo dei diarî.
Non ho la "machina computatoria": scrivo come posso, con la mano che non è ferma come una volta! Suo papà lodava la mia bella grafia, chiara e riposante. Ora, debbo stare molto attento perché, spesso, sono costretto a riscrivere la parola: mi accorgo che essa è indecifrabile, talora!
La mia amicizia con Augusto ebbe inizio negli anni lontani del nostro insegnamento nel Liceo Classico di Catanzaro. Non sono catanzarese, ho studiato a Vibo Valentia, ginnasio inferiore, superiore e Liceo Classico.
Si è consolidata nel tempo la nostra amicizia ed ha raggiunto la "punta massima" negli anni 1969/70/71, da noi trascorsi a Reggio Calabria, in qualità di commissari di esame, nominati dal Ministero, per l'abilitazione all'insegnamento delle Lettere negli Istituti Superiori.
La grafia, come vede, tende a rimpicciolirsi, è la grafia dei vecchi! Sarebbe insufficiente, ripeto, il più lungo e puntuale diario. Quanti ricordi
Studioso e Maestro, fornito delle più squisite doti professionali ed umane, ha seguito con grande interesse, soprattutto gli esami di greco, attento al mio modo di porre le domande, al mio metodo per accertare il grado di preparazione dei singoli candidati, godendo anche della mia gioia per il buon esito dell'esame di ognuno di essi. Siamo stati umani, abbiamo aîutato tutti con umana comprensione.
Ricordi: ricordo che, all'inizio di una giornata di lavoro, si avvicinò a me per dirmi: "Federico, non "spaventare„ i candidati, e soprattutto le candidate, con le tue domande facili. Non intuiscono il motivo per cui vengono loro rivolte domande piuttosto facili: non pensano e non sanno che lo fai per avviare agevolmente l'esame". Quanto era attento e quanto era caro!
Mi poneva i quesiti più svariati sui testi, sulla storia letteraria, sulla metrica latina e soprattutto greca che lo appassionava in maniera particolare, non avendo a Suo dire, fatto studi seri sull'argomento. Io ero felicissimo di rispondere a quanto, con grandissimo garbo, mi chiedeva.
Lo irritava ed immagini quanto irritasse me, la "cattiva lettura" dei testi tanto latini quanto greci. "Ma, benedetti voi, - diceva a quelli che leggevano male il greco - non vedete che, in greco, gli accenti sono segnati?! Come fate a sbagliare?.. ma è cosa veramente incredibile!!" Oh, la pazienza Sua, che, in verità, io non mi riconoscevo tanta e poi tanta!...
Garbatamente, spesso, mi faceva notare che, durante l'esame, io ero portato a fare lezione. Rivolto ai candidati diceva: "Avete sentito?bella lezione, vero? Ma voi, più che ascoltata, l'avete "intesa„?".
Ve ne furono tante altre, spesso a scapito dell'orario!
La cultura greca lo affascinava. Mi chiedeva di illustrargli interi periodi di storia della letteratura greca, approfondimenti sugli autori, specialmente sugli storici, sui poeti lirici e sulla tragedia greca.
Scrisse Miti cosmogonici di decadenza in Esiodo un suo studio dedicato a me, apparso in "Misure critiche", Rivista diretta da Gioacchino Paparelli. Sulla prima pagina, di suo pugno, scrisse: "Con stima ed affetto come allora, Augusto. Capezzano 10 - 1 - 2000. Accanto si legge la dedica stampata: "Al caro amico, Federico Procopio, grecista stimatissimo, ripensando ai bei giorni trascorsi insieme". Sono i giorni che io ricordo che in questo mio scritto. Li ha definiti belli, quei giorni, e lo sono stati veramente.
Mi rivolgeva le domande più interessanti ed, a volte, più strane. Ne ero felicissimo! Qualcuna: "Quale era il comportamento delle coppie clandestine nell'antichità, quale risulta a te dai tuoi studi?". Immediata e bene accolta da Lui la mia risposta. Volle sapere le fonti alle quali avevo attinto il tutto e tante altre domande scaturivano da tutto ciò ed io impegnato al massimo per informarlo su tutta la materia. Mi scappò detto: "Vuoi sapere qualcosa sull' 'uso della carne a ora'?" "Mi para mill'anni" fu la sua risposta! Gli dissi tutto, annotò, mi richiese fonti, periodi, circostanze, costi per un giorno d'amore clandestino! Oh, i suoi commenti intelligenti e spassosi! Gli sciorinai la "Contro Neera" che figura nel corpus delle orazioni di Demostene. Ne fu felicissimo. "Ma Apollodoro non è Demostene" disse. All'improvviso, mentre si parlava di altro, mi chiese il giudizio sulla Lisistrata di Aristofane, dicendo: "Bada, dimmi la cosa come pare a te, non le opinioni dei critici e dei chiosatori vari: la cosa come pare a te". La domanda era piuttosto impegnativa e così tutte le altre la premessa era quella: "la cosa come pare a te"!, segno e manifestazione più grande di stima da parte Sua che non avrei mai pensato di meritare. Quante geniali risposte che Egli stesso si dava a tante domande da me rivolte a Lui. Il più piccolo, breve accenno ad una questione critica, gli suggeriva spunti di riflessione e quesiti su quesiti!
La passeggiata con lui era un vero "spasso", perdoni il termine, ma era proprio così. Era ricca di avvenimenti perché la arricchiva Lui con osservazioni, spunti, allegre risate, ricco d'intelletto com'era e di iniziative geniali. Le situazioni le creava e le imponeva con garbo. Mi faceva notare una qualche cosa, l'atteggiamento di un passante, l'andatura di un vecchio sotto il peso degli anni!... la ragazza "convinta" che il mondo era suo! Un giorno, vide un bambino sprofondato in un passeggino, sotto il sole, mentre la madre chiacchierava allegramente con un'amica. Mi disse: "Guarda, guarda 'i mammi' e mo' " (le mamme di oggi).
Delle donne aveva rispetto massimo: non ricordo Suoi commenti maliziosi e apprezzamenti che, talvolta, possano essere spontanei, senza cattiveria. Ripeto, della donna aveva il massimo rispetto.
Burlone elegante, burlone simpaticissimo. Satira bonaria ed intelligente, la Sua.
Gratificava il carissimo Ciccio Bartucca con gli epiteti più simpatici e strani. I più frequenti erano: "Cratulu", "sguarimazzu". Gliene chiesi il significato. Mi rispose: "Tu che sei filologo, lo dovresti sapere". Qui naufragò tutta la mia filologia!
Ora, un doveroso ricordo: la nobile figura del compianto collega: prof. Peppino Stranieri, gran signore, grande cuore, amico squisitissimo, benvoluto da tutti. Il nostro presidente, prof. Resta, dotto italianista dell'Università di Messina, lo stimava moltissimo. La nostra Maria Teresa, direttrice ed animatrice impareggiabile della Biblioteca Comunale, è la figlia maggiore di Peppino Stranieri. C'è in Lei tanto della signorilità del padre, meno il tono alto della voce che cin intimidisce tutti. Ma subito torna il sereno e la conversazione con Lei è veramente deliziosa. La Biblioteca Comunale, io la chiamo "Biblioteca Placanica", per i grandi meriti che Augusto ebbe come Direttore esimio per vincita di regolare concorso. Si deve a Lui la creazione ex novo della Biblioteca, la sua sistemazione, organizzazione, modernizzazione. Sento la Sua presenza dovunque, specialmente nella Sala di consultazione.
E' difficile narrare in breve tante cose, tante care cose, tante pagine di vita, intensamente vissuta.
Si lavorava, si scherzava, si studiava, anche.
Per mia fortuna, mi è toccato il privilegio e l'onore di lavorare accanto ad uno studioso di grandissimo ingegno e valore, amico fraterno, affettuoso e sincero. Accanto a Lui si respirava cultura.
Gli debbo tanto! Ho avuto da Lui garbate, grandi lezioni di umanità. Uomo di straordinaria, intelligente bontà.
Ricordo i colleghi presenti in commissione: il Sac. prof. Donato Sansone, proveniente dal Liceo di Salerno, persona colta e gioviale. Le inevitabili schermaglie con Augusto avevano una loro storia nel nostro quotidiano!... Schermaglie di ottimo livello, contenute ed anche interessanti! Proveniva da Salerno anche il collega Pietro Falci (gran persona dolcissima e tanto cara).
Brillante e simpatico, il prof. Don Giuseppe Virzì, messinese (geografia) reduce dalla Russia. Riviveva Sue esperienze di uomo e di combattente in quelle terre lontane. Esaltava la bellezza delle ragazze russe.
Tornando all'amato "greco" mi disse: "Peccato che, con l'aria che tira da noi, fra non molto, il greco sarà considerato come l'ebraico, studiato da pochi, se non da pochissimi". Sapeva che da molto tempo coltivavo studi di ebraico. Gli promisi che Lo avrei iniziato ai facili misteri di quella lingua! Gli diedi la grammatica di Mons. Carrozzini che sfogliò con interesse.
Mi disse un giorno: "Tu, maior natu, esponi il contenuto della tragedia greca che ti sia piaciuta di più".
Mi chiamava "maior natu" perché, quando Egli nacque, io avevo circa dieci anni! Ero il più vecchio, dopo il presidente:
"Ora, dimmi la cosa come pare a te. Sai che voglio il pensiero tuo, non quello dei critici o dei chiosatori" Mi ripeteva spesso questa frase come se temesse che io potessi dimenticare! Sono queste, le parole che riporterò all'inizio del mio lavoro sugli stasimi dell'Elettra di Sofocle, dedicato a Lui.
"Preparati, ora a domande 'cattive'! Dimmi, se Lesbia, Delia, Cintia (non scrivo Cinzia: sarebbe errato) Corinna fossero vive e vere, con quale delle quattro preferiresti intrattenerti?". Risposi subito: "Cintia" Augusto: "Bravu a ttìa! A mia mi paranu manichini, meno Corinna, bella e carnala comu 'a prenta Ovidiu. Chi 'nda dici?". Esposi la ragione della mia preferenza. Egli non commentò! Passò ad altra domanda: "Se Cleopatra venisse a Catanzaro, quale parte della città le faresti visitare per prima?". "Non saprei, risposi, e tu?". Augusto: " 'a jettera d'o ponta". "Perché?" gli chiesi "Po' tu dicu". Non me l'ha detto! Burlone!
Quanti ricordi e quante immagini sfilano nella mia mente: un documentario, una trama varia, in chiarità di luce.
Una rievocazione: gioia, dolore!
In questo mio scritto, ogni fiorita aggettivazione è fuori posto!
Architettava le Sue burle con immediatezza straordinaria. Quali scegliere in un campionario così vasto e sorprendente?
Almeno quelle che riguardano le domande ai sacerdoti, incontrati per la via. Domande a giovani sacerdoti ai quali dava dei consigli sul lavoro.
Ad un prete anziano, avvicinato con tanto garbo, chiese: "Santo Sacerdote, come si fa a guadagnare le indulgenze?" "Non lo so, rispose il sacerdote, lo chieda in Curia, sono vecchio e malato, non ne so niente, non ne so niente" Augusto: "E chi lo deve sapere, il capostazione?" Ad un sacerdote piuttosto giovane, chiese: "Scusi, Padre, è Padre sì, o è ancora come si dice dalle parti mie, picozzù?". Risposta: "Non capisco". Augusto: "Può dire la Messa o no?" "Si, rispose il sacerdote" "ed allora, chiese Augusto, siete contenti della riforma della liturgia?". Risposta lampo del Sacerdote: "A Roma lo sanno, a Roma, provi a chiedere, provi a chiedere". Augusto si mostrò più divertito che deluso! Colloquio esilarante con un libraio!
Non c'era che attendere il giorno seguente perché ogni giorno recava le sue nuove: la visita ad un negozio di giocattoli!...
Sapeva che a me non garbava l'idiota "Okay" ed il tanto da me odiato "tantissimo" nonché "incipit" ed ancora più da respingere, l'aggettivo "incipitario". Ma dove va la nostra lingua, ormai infarcita di termini soprattutto americani?
Erano antipatici ad Augusto gli epiteti omerici che Egli spiegava e commentava, direi, saporitamente.
Infaticabile studioso, anche in campo non Suo.
Al Ristorante, prendendomi in giro, diceva: "E' vero che l'arrosto di maiale ti piace tantissimo?" Vuotò il contenuto della formaggiera sul piatto di spaghetti. Me ne accorsi. Non dissi nulla. Qualche attimo dopo, chiama il ragazzo e gli dice: "Un po' di formaggio grattugiato per favore". "Ancora formaggio?!" gli dissi. "Sai, Federico, rispose con calma beffarda, il formaggio che ora porterà, sarà certamente più fresco!". Rivolto al ragazzo, disse: "Al professore piace tantissimo l'insalata mista ed il vino fresco, non bianco, ma rosso" e rideva, ridevamo tutti ed anche io "tantissimo". Bella la conversazione su alcuni luoghi dell'orazione di Cicerone de domo sua. Gli feci osservare che non era tanto corretto riportare l'espressione che è sulla bocca di tutti: "Cicero pro domo mea"!
Gli era sembrato strano il luogo dove l'autore parla di un "imberbum adolescentulum, bene valentem ac maritum". Lo infastidiva quell' "imberbum", invece di "imberbem". Gli feci notare che è attestato anche l'aggettivo "imberbus". "Non ti pare strano che un giovane imberbe potesse essere già marito?" "Stranezze, stranezze di questi signori romani che facevano sposare i figli in tenera età, talora per ragioni di dote. Il colmo è il fatto che questo imberbe giovanetto intendeva adottare, come figlio, un senatore del popolo romano! La politica!"
Gli piacque molto questa orazione interessante e difficile che non viene mai letta nella scuola, forse, anche a causa della sua lunghezza: ben centoquarantasette paragrafi, il cui titolo è "de domo sua ad pontifices". Non "pro domo sua" come ritengono alcuni! Sono, purtroppo, molti!
"Dimmi tutto su quel verso di Properzio di cui parlavi poco fa, su Mimnerno ed Omero". Era il v. 11 della nona elegia del primo libro di Properzio: "plus in amore volet Mimnerni versus Homero". Ebbe il garbo e la pazienza di aspettare la mia risposta sulla contrapposizione tra poesia d'amore e poesia epica. Mi premiò, dicendomi: "Hai 'na parola bella cchi non stanca!". Mi diede, così, la pagella: 1) "dimmi la cosa come piace a te", 2) "Hai 'na parola bella cchi non stanca". Apprezzamento e grande dono, considerato da Chi mi proveniva. Ho scritto erroneamente, sopra, quarto libro, invece di primo, perché avevo in mente di intrattenerlo sull'undicesima elegia del libro quarto, detta, con esagerazione "regina elegiarum". Ascoltò, condivise e passò ad esternarmi "una voglia grande di dolci!". Lo accompagnai, invece, a comprare i giornali e qualche settimanale illustrato. E fui e sarò sempre orgoglioso delle pagelle firmate da Lui.
I giudizi da Lui formulati sull'esame dei singoli candidati per l'italiano, erano espressi in forma elegante, vivace, incisiva.
Sapeva mitigare alcune mie "durezze" che, poi, come diceva Lui, erano, tutto sommato, apparenti. I casi "difficili" li risolveva la Sua grande umanità, l'esperienza e la saggezza del Maestro.
Gli dissi una volta: "Augusto, non amo Manzoni. Vuoi provare a farmelo amare?". Risposta: "Non ti avevo detto di dirmi la cosa come piace a te? Giudica liberamente e lascia pure da parte Manzoni: la cosa come pare a te". "Mi para mill'anni" diceva in varie occasioni. Lo disse quando un candidato, dopo una faticosa esposizione del contenuto di un'operetta morale di Leopardi, gli chiese: "Posso commentare l'Infinito?" Lo interruppe, facendo seguire il Suo commento: una delizia! "Domani, intervisterò altre due persone. Preparatevi!". Restammo a lungo in classe...
Chiudo questo mio scritto con l'elogio di un ragazzo d'oro, il più giovane di tutti noi, allora, professore preparato, padre di famiglia meraviglioso, uomo ricco delle più belle qualità, carissimo a tutti, particolarmente ad Augusto: Ciccio Bartucca.
Dottoressa Placanica, l'emozione e la commozione mi fermano qui. La ringrazio per l'onore fattomi: non speravo di poter avere tale opportunità. Saluti cordiali all'avvocato Federico ed all'altra sorella.
Mi permetta di salutarLa affettuosamente
Federico Procopio
Catanzaro
Altri con specifica competenza, dovrà scrivere dello storico che lascia opere, testimonianza viva di un ingegno luminoso, opere di uno studioso di rara onestà intellettuale.
F. Procopio

