Augusto Placanica - testimonianze: Plutino
Ricordando Augusto Placanica: la cultura è remare contro corrente se ti fermi torni indietro
di Antonina Plutino
Non è emotivamente semplice, per me, porgere questa testimonianza in ricordo di Augusto Placanica. E' come rinnovare e scavare dentro un dolore che si rinnova nel tempo. La sua scomparsa ha lasciato in me un vuoto incolmabile, reso più acuto dal rammarico di non avergli potuto esternare la mia gratitudine per i suoi preziosi insegnamenti.
Augusto Placanica è stato il relatore della mia tesi di laurea e quando ho iniziato a far parte del suo gruppo di ricerca ha avuto un ruolo molto importante nella mia formazione intellettuale, di studiosa e nella configurazione dell'attuale percorso professionale; mi ha guidata, inoltre, nei diversi progetti di ricerca che ho sviluppato.
Mi torna in mente la sua infinita pazienza nella didattica. Il ricordo va alle ore trascorse nell'apprendere l'ideologia marxista, il materialismo storico, alle discussioni relative alle odierne tematiche storiche, agli scambi d'opinioni, alle intuizioni che sfociavano in progetti per nuovi percorsi di studio, alle tematiche ancora da esplorare o da creare ex-novo. Con Lui s'iniziava a parlare della compagine governativa contemporanea e si finiva a Robespierre, a Leopardi, alle sacre scritture del vecchio testamento, alle potenzialità di complicati software, tanto era vasta la sua erudizione. La memoria riappare nelle analisi critiche rimaste in sospeso con l'intento di riprenderle successivamente e ora incompiute per sempre; ancora oggi mi succede di annotare al margine di qualche libro un promemoria per una comparazione d'idee, ed accorgermi solo dopo avere formulato la nota, che il raffronto non potrà mai più esserci.
In questa testimonianza, vorrei focalizzare l'attenzione non già sulla sua importante produzione scientifica e attività d'intellettuale del nostro tempo (tante manifestazioni ci sono state, e ci saranno in tal senso), ma vorrei invece soffermarmi sulle sue qualità umane straordinarie, che lo rendevano amabile e valido punto di riferimento. Non era facile entrare in contatto con Lui, la "rugosità" del suo carattere lo portava a mettere in atto degli atteggiamenti di difesa che potevano sembrare aggressivi oppure ostili ad un interlocutore poco attento. Non svelava facilmente la vera essenza del suo Io, credo che pochi lo abbiano conosciuto in profondità, aveva bisogno di molto tempo, di verifiche accurate, prima di concedere la sua amicizia.
All'apparenza era un omaccione austero, sanguigno, sassoso, che però via via lasciava trasparire una particolare delicatezza, una sensibilità singolare di un cuore generoso. Il suo naturale sorriso era intriso d'ironia e il suo sottile humour era pungente come trafitture di spillo. Egli si rifugiava in una sorta di solitudine spirituale, amava riflettere in un totale isolamento, lontano dalle clamorose ribalte, era uno studioso puro, intangibile, quasi fosse un'essenza, un raggio di luce. Aveva grandi slanci e profondi turbamenti, ingenue paure e fredde determinazioni; era come un bagliore che ti faceva intuire una selva di tenerezze e furori in contrasto fra loro: un'anima senza pace.
Dai suoi discorsi traspariva il vivo apprezzamento per l'originalità e la vivacità intellettuale. Ascoltandolo, nel corso delle conferenze, veniva da chiedersi se non fosse vero che intelligenza ed eccellenza siano la stessa cosa. La sua disubbidienza verso ingiustizie e "imposizioni" era inoltre così coraggiosa, così candida e mai piegata da nessuno. Anche crocifisso lui avrebbe ripetuto, ostinato, che la libertà è il primo dovere, il primo diritto. Ricorrente nei suoi discorsi era il tema della Calabria, in particolare della sua Catanzaro, della quale ne evidenziava le peculiarità e i difetti, a volte parlandone si intristiva e si intuiva che aveva sacrificato alla sua terra, l'intera spensieratezza gioiosa. A proposito del suo isolamento catanzarese mi diceva: vedi, il segreto è non rassegnarsi, non sentirsi mai una vittima, non comportarsi mai come una vittima. Mi sono sempre dimostrato di buon umore o aggressivo. Guarda, ho vinto la solitudine con la lettura, i libri sono i miei migliori amici, con loro ho vissuto innumerevoli vite, trovando così la maniera di elevarmi, in una regione che poco o quasi niente aveva da offrire in termini culturali.
A volte sembrava disinteressato verso la realtà odierna, l'unica cosa che lo animava, con uno slancio assolutamente faustiano, era l'universo della storia ancora ignoto, il dettaglio da illuminare con il suo occhio da indagatore. La disciplina storica, oggetto di studio, diventava una storia dentro la storia, che di volta in volta si scomponeva in economica, sociale, etica, politica, letteraria, semiologia, geografia storica, dell'identità, della percezione, storia delle idee e della mentalità. Per lui contava molto il particolare: l'irregolare intenso particolare, vi frugava dentro con una curiosità da investigatore. Prediligeva molto il secolo dei Lumi, di cui apprezzava gli intelletti originali e coesi, in particolare le figure di Giuseppe Maria Galanti e Antonio Genovesi; inoltre lo appassionava l'universo dei fatti culturali, degli universi percettivi (Storia dell'inquietudine), e delle rivoluzioni per la giustizia.
Mi esortava costantemente alla lettura, soprattutto dei romanzi classici europei, perché credeva molto nel palinsesto formativo di questi ultimi (l'utilità delle letture inutili!), tanto che a conclusione di ogni romanzo voleva che ne discutessimo insieme e quando le nostre osservazioni coincidevano, s'iniziava a pensare se avrebbe potuto esserci un finale diverso, pur mantenendone intatta la struttura. In queste discussioni letterarie riusciva a trasformarsi, sentiva vicini e s'identificava con taluni personaggi e parlandone abbandonava le "rugosità" caratteriali per lasciare posto alle battute sagaci, argute e ilari. Mi consigliava sempre di tenere un libro nella borsa e uno sul comodino dai quali trarre riflessioni critiche, così da esercitare l'attività del pensiero, ripetendomi spesso: la cultura è remare contro corrente se ti fermi torni indietro. Aveva la capacità di trasporre i personaggi letterari nel vivere quotidiano prendendone spunto per analizzare la natura umana in tutte le sue sfumature, i valori, le piccinerie, mal sopportando le persone presuntuose delle quali diceva: io non amo la gente che si crede perfetta, quelli che non sono mai caduti e non hanno mai inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita. Riferendosi, poi, al mio background di studentessa-lavoratrice mi ripeteva spesso: chi deve lavorare non è povero, quando si nasce non si è né ricchi né poveri, si è nudi. E' dopo che si diventa ricchi e poveri, a seconda del merito.
Nell'ambito della ricerca era esigentissimo e a volte sfiorava la "crudeltà", ma quel suo comportamento - mi rendo conto - era più che necessario. Riusciva subito a percepire un nuovo talento, ma aveva bisogno di metterlo alla prova, di provarne la tempra e per usare una metafora, era come se ti abbandonasse nel mare in tempesta da cui bisognava uscirne illesi, e ritornare indietro con un sostanzioso bottino pescato. In questo viaggio, la sua presenza non era percettibile, egli si limitava ad osservare da lontano, senza mai entrare nel merito, interveniva solo alla fine della ricerca per correggere eventuali deviazioni dal contesto fontuale. A proposito della ricerca storica mi diceva: "Quando ti accingi a studiare una fonte storica devi pensare di trovarti davanti al davanzale di un'ipotetica finestra che si affaccia su una grande piazza, dalla tua postazione puoi osservare una miriade di eventi e persone che si affaccendano in quel luogo, e tu da spettatrice devi riportare, con obiettività, ciò che vedi da quella finestra. In un secondo tempo, attraverso il filtro dello studio e della tua intelligenza potrai scomporre fatti e personaggi, cercando sì di immergerti in quella dimensione, ma senza farti coinvolgere assolutamente nel giudizio, analizzando, invece, il perché di quell'evento in quel determinato periodo. Solo questo! Se sarai in grado di fare ciò è già molto..."
Il dolore per la sua scomparsa è sempre vivido, reso più acceso da questa testimonianza, risulta più facile parlare attraverso una ricerca, uno studio, che non con il cuore, non si trovano mai le parole adatte per esternare la profonda gratitudine, i sentimenti più reconditi, i doverosi ringraziamenti. Sono stati innumerevoli i suoi insegnamenti: il rigore scientifico, la deferenza sacrale per la fonte studiata, il massimo scrupolo nell'indagine, il rispetto per la parola data, la non "platealità" dei gesti e degli atteggiamenti, tali insegnamenti sono così radicati in me che diventano metodo del vivere quotidiano. Considero un privilegio l'essere stata sua allieva, averlo conosciuto, e conservare un affetto filiale nei suoi confronti poiché quando un grande UOMO è stato determinante per la nostra formazione non sarà sufficiente la nostra esistenza per dire: GRAZIE di cuore Augusto! E' stato per me un vero MAESTRO, fonte inesauribile d'insegnamento professionale e di vita. Desidero concludere il ricordo nella sintesi di questa citazione: Qualcuno nasce re, altri ne scoprono la regalità.

