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Prof. Augusto Placanica

Ricordo, di Lucio Lume

 

    Ero molto giovane nel 1955, quando, laureato da poco, giunsi a Catanzaro per prendere servizio presso quell'Archivio di Stato. Dopo soli sei mesi assunsi la direzione dell'Istituto e, convinto com'ero dell'indispensabilità per il progresso di quelle terre della riscoperta del loro patrimonio storico - degli antichi documenti, in particolare -, mi impegnai con entusiasmo e con sincera fede nell'impresa di rendere frequentabile e consultabile l'Archivio. Mi impegnai in primo luogo nel restauro della sede e nell'acquisto di nuove attrezzature, mi dedicai poi al riordinamento dei numerosi documenti, che - scoprii con interesse - costituivano un complesso storico di più che notevole pregio. Lavorai in assoluta solitudine per due o tre anni, senza peraltro tralasciare ripetuti tentativi di prendere contatto con i vari ambienti cittadini, nella speranza di poterli utilmente associare ai miei entusiasmi. La mia preparazione umana e culturale non erano, però, ancora sufficienti per penetrare e comprendere ambienti che a me, che ero ancora un ragazzo infarcito di studi e di pure teorie, erano del tutto estranei. Intuivo l'esistenza di una misteriosa classe colta, vedevo con i miei occhi le condizioni di vita delle classi meno abbienti, mi si delineava nella mente il disegno delle vicende storiche e sociali di quelle terre, ma, nonostante ciò, faticavo ad individuare un utile aggancio con la città.

    Ed ecco che in una bella mattinata estiva vidi irrompere nella mia direzione un robusto giovane che sprizzava vitalità da ogni parte della sua persona, il quale, senza por tempo in mezzo, mi gridò: «Son venuto a conoscerti, ho sentito parlare di te e voglio lavorare insieme con te su queste carte che sono tutte da scoprire!».

    Questo fu il mio primo incontro con Augusto Placanica, più o meno mio coetaneo, anche lui appena laureato e ricco di travolgenti certezze. Immediatamente mi sentii in assonanza con lui, nonostante l'evidente differenza di carattere: la mia naturale riservatezza e la mia prudenza divennero quasi subito complementari alla sua vivacità, alla sua irruenza, alla sua voglia di fare. Furono sufficienti poche settimane di collaborazione per renderci entrambi conto di possedere una base culturale comune, un medesimo interesse per la ricerca, per le letture, per la riflessione storica e sociale, una stessa ambizione di impegnarci fino in fondo in quella che, con assoluta fiducia, credevano che fosse la nostra missione: un rinnovato contributo culturale alla rinascita del nostro Mezzogiorno. Fu questo il punto di partenza della nostra amicizia, nata con estrema rapidità e durata, pur nelle alterne vicende della vita, fino ad oggi: Augusto Placanica ha mantenuto per oltre quarant'anni e nonostante la successiva lunga lontananza, un indiscusso primo posto fra i miei amici catanzaresi. Aveva profondamente influito sulla nostra intesa la scoperta, fra l'altro, che sotto l'apparente irruenza si celava in Augusto un animo particolarmente sensibile e delicato, che si manifestava soprattutto nel tenero amore per la moglie ed i figlioli. Io, di carattere più contenuto, a volte me ne stupivo. È tuttora vivo, però, entro di me questo esempio che mi ha arricchito e che mi è stato in seguito più volte prezioso.

    Avevamo intanto cominciato a lavorare fianco a fianco (per un certo periodo Augusto fu ufficialmente annoverato fra il personale volontario dell'Archivio di Stato) su quegli amati documenti, traendone, ognuno a seconda delle proprie inclinazioni, ciò che essi generosamente ci offrivano: io, fedele alla mia professionalità di archivista, badavo alla formazione degli inventari, degli indici, alla illustrazione di questa o quell'altra fonte, Augusto, già naturalmente storico, cominciava a raccogliere i dati, che avrebbero poi costituito la base dei suoi numerosi saggi scientifici. Questo lavoro comune era per noi un continuo reciproco stimolo, si era capaci di discutere per ore, senza stanchezza, su questa o quell'altra vicenda storica, spesso la foga del discorso ci portava ad accapigliarci. Le nostre curiosità culturali erano comunque simili, entrambi eravamo interessati, oltre ovviamente che ai grandi temi culturali di fondo (la nostra giovane età ci spingeva ad una continua ed affannosa ricerca in questo campo), anche e soprattutto alla storia del nostro Meridione, soprattutto dal punto di vista sociale ed economico. Ricordo quelle discussioni con rimpianto: mi hanno dato molto.

    Nel 1960 l'Archivio di Stato, rinnovato nella sede e nelle attrezzature ed in parte riordinato, era ormai pronto a "presentarsi in pubblico". Fu colta l'occasione del 2° Congresso storico calabrese, organizzato a Catanzaro dalla Società di storia patria per la Calabria (che aveva allora sede a Napoli) per inserirvi l'inaugurazione dell'Archivio rinnovato, una relazione scientifica mia ed una di Augusto, soprattutto l'inaugurazione della prima mostra documentaria che, a memoria d'uomo, si tenesse presso quell'Istituto. Il congresso aveva per tema l'età risorgimentale e la mostra ovviamente verteva sullo stesso argomento: io stesso mi stupii della ricchezza e del valore dei documenti che fu possibile esporre. La manifestazione ebbe un notevole successo, anche oltre l'ambito cittadino, ed io ed Augusto cominciammo a riflettere sul modo di sfruttare questo successo per agevolare un più diretto rapporto fra gli studiosi cittadini e l'Archivio. Decidemmo, infine, di dar vita ad una "Società catanzarese per gli studi storici", con sede presso l'Archivio. Il ricordo delle sedute di questa Società è tuttora custodito fra le memorie più care del mio soggiorno catanzarese: vedevamo coronati i nostri sforzi di anni, i catanzaresi affollavano le nostre riunioni, partecipavano accanitamente alle nostre discussioni, proponevano nuovi argomenti di indagine, mostravano un interesse vivacissimo per la loro storia, di cui andavano scoprendo retroscena talvolta del tutto insospettati. La Società non ebbe vita lunga perché fu inopinatamente travolta dalle conseguenze dei movimenti politici ricordati come "i fatti di Genova". Lo scopo comunque era raggiunto, tanto che fu facile, tre anni dopo, partecipare con altre nostre relazioni e con una nuova mostra documentaria anche al 3° Congresso storico calabrese, dedicato al periodo del Viceregno spagnolo.

    A questo punto le nostre strade, la mia e quella di Augusto, si divisero. Entrambi dovevamo seguire le rispettive inclinazioni e le rispettive aspirazioni: io continuai in altre regioni, di direzione in direzione fino a quella romana, il mio mestiere di archivista, Augusto intraprese la sua carriera universitaria, alla quale, con ogni evidenza, era stato da sempre destinato.

    L'amicizia, però, pur da lontano non fu interrotta: le lettere, più tardi le telefonate, non furono rare, io leggevo e spesso recensivo i suoi originali e penetranti lavori scientifici, ritrovandovi quasi sempre il segno delle ricerche archivistiche compiute insieme; anche lui - a quanto ne se - seguiva la mia produzione. Il cemento dell'amicizia rimase comunque il ricordo di quegli anni felici della nostra giovinezza trascorsi a rovistare le vecchie carte catanzaresi e soprattutto a scambiarci con giovanile impegno esperienze e riflessioni che, senza che ce ne rendessimo chiaramente conto, ci dotavano di quel substrato culturale che ha, in pratica, sostenuto i nostri studi fino alla conclusione dei rispettivi percorsi.

    Mi sembra buona cosa concludere questo mio discorso trascrivendo la dedica che Augusto volle apporre alla copia a me destinata della sua opera forse più nota e più ricca di interesse, il volume Cassa Sacra e beni della chiesa nella Calabria del Settecento (Napoli, 1970). Ecco le sue parole: «All'amico carissimo Lucio Lume, con affettuoso ricordo e con animo grato per avermi spronato e sostenuto fin dal tempo delle mie prime ricerche, offro queste pagine. Spero che egli vi sentirà rivivere la cordiale atmosfera del "nostro" Archivio catanzarese, all'ombra del quale nacque e fiorì quella stima e quella fraterna simpatia che ci lega dall'ormai lontano 1957 ed a cui non posso pensare senza un fremito di sincera commozione. Augusto. - Catanzaro, 30 marzo 1971».

    Che dire di più? Si può solo aggiungere che quella fraterna amicizia e quella sincera commozione vivono tuttora inalterate.

 LUCIO LUME

già Direttore dell'Archivio di Stato di Roma

 

 

 

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