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Prof. Augusto Placanica

Formare non informare

   


   
 

La biografia didattica di Augusto Placanica parte da un sorriso. Così a noi studenti piace ricordare il professore, definito: uomo, “artigiano” e noi aggiungiamo artista della storia: storia non di testi dal peso insopportabile, da lui tanto aborrita, ma storia di vivi schizzi di luce, di fragranze primaverili e colori dal sapore antico. Non era, Placanica, interessato a date, a particolari storici, allo scintillio del grande evento. Di una battaglia non guardava il numero dei morti, ma si soffermava a guardarli negli occhi uno per uno per scavare la storia particolare di quella misera vita.

Era, invece, affascinato dalle cause, dal lento fluire del tempo, da tutto ciò che si sente, più che vedere. La storia, per lui, era il “lungo periodo”: il sereno mutamento ignaro alla percezione umana.

Scopo di Placanica è stato dare agli studenti ciò che egli non ebbe dai suoi insegnanti e che portava con se come una mancanza: comprensione, amore, cultura, simpatia.

Ed è forse per questo che si presentava così alle lezioni… partendo da un sorriso.

Di solito, prima di immergersi nel diramato mondo del sapere, il professore apriva le “danze” con una parodia su qualcuno degli studenti a lui più fedeli, che di questo se ne cullava e, orgoglioso, capiva quanto egli tenesse alla sua persona.

“Lontano da ogni afflittiva pompa accademica; di una serie di lezioni davanti a studenti veri e attenti… con lo scopo di rendere amabile e utile la comprensione storica…”. Recita in questo modo, il professore, nei primi “versi” de L’Età Moderna, testo da lui scritto e rivolto ai ragazzi. Con questa metodologia, “lontano dai soliti manuali di storia”, il professore ha per lungo tempo portato avanti le sue lezioni e il suo insegnamento.

Mettendo da parte la lezione classica, i ragazzi sono chiamati da Placanica a stimolare il professore, a “sfruttarlo”, irritarlo, provocarlo, attingendo in tal modo dal suo sapere e dissetandosi dalle sue parole.

L’affezione che egli aveva per gli studenti superava la loro stessa immaginazione. Rivolto ad un suo allievo, una volta disse: “Perché oggi siede così lontano? Non le piace più starmi vicino…?”

“Ditemi!!” esordiva con voce frizzante e, con quella voglia di dire a lui caratteristica, restava a lungo in silenzio, aspettando che qualcuno, interessato e voglioso di sapere, gli rivolgesse qualche domanda. Ma la risposta era troppo spesso un altro lungo silenzio. E tanti studenti, non avendo molto da dire, si allontanavano. E Placanica questo non lo accettava: voleva “altri tipi di persone” lui. Un giorno disse con tono amareggiato: “Credo di essermi sbagliato quando ho scelto di fare lezione in questa facoltà… (Lingue e Letterature Straniere) qui, i ragazzi non mi danno soddisfazione, se non sporadicamente”. Era un amaro scontrarsi con la realtà! Placanica capiva di non essere capito e soprattutto, capiva di avere di fronte ragazzi poco curiosi e vogliosi di conoscere. Per questo il professore non lesinava commenti duri verso la massa studentesca, per poi giustificare i ragazzi e rivolgere le sue accuse verso i docenti, “mediocri e impreparati a loro volta”.

In quanto al metodo, “Formare, non Informare”. Non sedersi ad una cattedra ed imporre il proprio pensiero ed il proprio punto di vista, ma voler chiarire a dei giovani i loro dubbi, i loro vuoti. La lezione poteva essere su tutto: politica, problemi sociali, poesia, intrecciando abilmente questi aspetti alla sua amata storia.  Pronto a dire e a sapere, di fronte alle osservazioni personali degli studenti, riuscivano a illuminarglisi gli occhi.

Insomma, chi ne aveva l’intenzione poteva “spremere” a suo piacimento Placanica; era egli capace, a fine lezione e di fronte all’interesse dello studente e soprattutto di fronte allo studente da lui ritenuto interessante, di rinviare il discorso nel suo studio. Per lui dare agli altri ciò di cui si nutriva e  amava, la cultura, era una vocazione.

Placanica portò quindi un vero e proprio cambiamento nel campo della didattica, e questo a costo di non essere sempre capito da quegli studenti da lui tanto amati.

Ma ci piace ricordare i tanti allievi che si nutrivano del suo essere a 360 gradi, coloro che pensavano: “Cosa gli chiederò domani?; Sarò in grado di stargli dietro?; Cosa ha voluto dire con…?”.

Ci piace ricordare coloro che, e ve ne furono tanti, nel rammentare la sua dolcezza estrema nel dedicare i suoi scritti alla propria amata – che interruppe il suo lungo viaggio terreno, al fianco di Placanica, qualche anno in anticipo rispetto al professore che oggi, ci piace pensare unito a lei, risvegliato dal sacro sonno terreno e amorevolmente immerso in un celestiale teatro di gigli, di canti melodiosamente eterni intessuti, da angeli, esclusivamente per loro - tutt’oggi hanno fatto tesoro dei suoi insegnamenti di vita; coloro che, fortunati, sono riusciti a capire la complessità dell’uomo Placanica: così vulcanico e passionale, tanto severo quanto dolce, come il più concreto e giusto dei padri.

Della sua didattica, oggi, ci piace ricordare in un rapporto simbiotico il suo pensiero di uomo e di studioso. Ci piace ricordare i suoi ideali avanguardisti e quel suo capirne l’improponibilità e…proporli, con il suo amore per la coerenza e per gli uomini coerenti (vedi Galanti).

Il mondo universitario - crediamo di poter dire - era il luogo da Placanica più amato e odiato: amore per il suo quotidiano tentativo di dispensare cultura, odio nel vedere quanti pochi erano i ragazzi capaci di sentire la cultura come egli sentiva, viscerale esigenza.

Nel cuore di tanti studenti restano comunque tanti momenti indimenticabili, come una lezione nella quale, Placanica, interpretò una poesia del suo carissimo Giacomo Leopardi: L’Infinito.

Placanica sembrava tuffarsi dentro quei versi in un modo magico e per qualche attimo abbandonò quel sarcasmo bruciante che lo accompagnava come un’ombra fedele nell’intero arco della giornata. Guardava oltre la siepe ermetica della poesia leopardiana con una diligenza ermeneutica sconvolgente e, presto, i nodi “sovrumani” dei versi, si sciolsero in un dolcissimo quanto triste “naufragare” di emozioni che lasciò le nostre piccole anime, avvolte in una tiepida coperta di malinconia.

Capii, quel giorno, l’amore di Placanica per Leopardi il quale simboleggiava, credo, l’amore che il professore sentiva per la genialità e per coloro che prendono coscienza della realtà di questo mondo inaggettivabile: un microcosmo da accettare, più che capire, un fiore allo stremo bisognoso d’un velo di fresca rugiada…

Ad altri studenti poi, resterà, l’indimenticabile ricordo di un’altra particolare esperienza che Placanica amava fare di anno in anno: la mitica “Gita” nelle terre nostrane. Qui – raccontano gli allievi – il professore dava il meglio di se; qui emergeva, spudorata, la sua vivacità, la gioia di vivere, la ricerca appassionata di poesia nell’iride quotidiana, nelle variopinte sfumature di ogni ora del giorno. Dei fiori da accarezzare, dei sassi da osservare con curiosità - con quegli occhi eterni da bambino indiscreto, che sentivano più che vedere - per poi lanciarli lontano, uno spuntino sul prato verdastro di una macchia di campagna, un sorriso vero tra persone sincere, questo e tant’altro è stato ed è per i suoi studenti, il semplicemente e umilmente geniale Augusto Placanica

 

Lerro Menotti

 

 
     

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