Augusto Placanica: Lettera di Nino e Annamaria Siciliani de Cumis
Cara Maria Luisa,
vuoi un ricordo di tuo padre, mio e di Annamaria? Un ricordo di Augusto Placanica, personale, familiare, da famiglia a famiglia? "Nu mme para veru" / "Non mi sembra vero, non chiedo niente di meglio", avrebbe detto lui: anche se da ciò che di Augusto serbiamo memoria, Annamaria ed io (con Daria, Lidia e Matteo, che "al professore Placanica" volevano bene), è impossibile escludere tua madre Vera, e te e Federico e Claudia, con le vostre rispettive famiglie.
Proprio Augusto, del resto, quando ci vedevamo al mare in estate, incoraggiava quest’aria di famiglia allargata: che, se lo faceva un po’ apparire un patriarca con figli, nuora, generi, nipoti, ecc., gli permetteva di essere con il suo prossimo, anche a ferragosto, un intellettuale in servizio. Nel senso che la stessa sua famiglia, le nostre due famiglie e quelle che ci stavano attorno, continuavano ad essere per lui una buona occasione per ragionare dell’intero cosmo familiare, in termini storici, culturali, economico-sociali, religiosi, educativi. Insomma, per usare un’espressione a lui cara, della famiglia "in idea".
E citava in proposito Dante, il suo Dante, per dire che "Ogni erba si conosce per lo seme"; e, da buon moralista, soggiungeva: "Rade volte risurge per li rami / L’umana probitate". E se accettava con soddisfazione personale i "doni dell’ara" (amava la sua famigliola, che gli piaceva), da storico ne additava la fisionomia culturale, le positure sociali, le dimensioni pedagogiche.
Riterrei in questo senso, che perfino la passione di Augusto per la fotografia, rientrasse nel suo bisogno storiografico elementare, fisiologico, quasi ancestrale, di misurarsi tangibilmente con l’immagine della famiglia nella natura, nella storia, come parte in causa ed effige di un universo più ampio. E sarei tentato di pensare che anche il romanzo che Augusto ci annunziava in lavorazione, se lo avesse compiuto, sarebbe rientrato in questa sua esigenza d’approccio fondamentale, connaturato alla storia, alla vita degli altri. Ai suoi interlocutori più vicini. A tutti noi.
Questo il motivo, probabilmente, del suo interesse per la mia "atavica aria di famiglia", che gli faceva prendere di tanto in tanto il discorso sui "de Cumis": e raccontare storie e aneddoti, ed avere tra mano documenti, antiche pergamene, stampe, che mi mostrava e di cui qualche volta mi faceva dono. Quanto ai "decumisini" di oggi, me compreso, essi lo stimolavano a ragionare da sociologo della cultura e, quasi persone di famiglia, lo coinvolgevano amichevolmente, sentimentalmente. Difficile, del resto, distinguere in Augusto i due livelli di attrazione.
Così come, da un altro punto di vista, era impensabile che tra me e lui si consumasse un rapporto semplicemente "a due": nel senso che, in mezzo a noi, c’era sempre un qualcosa o un qualcuno in più, ovvero un elemento naturale o culturale o sociale, che veniva ad aggiungersi. Che so io, la presenza o il pensiero di un altro amico, di un allievo, di un conoscente occasionale, dei nostri familiari stessi. Però non ammetteva condizionamenti psicologici di sorta, e volentieri poneva problemi su tutto e su tutti, definendosi "accademico di nulla accademia" e glorificando il "dover essere della differenza".
Ecco perché, nelle numerose estati passate sotto lo stesso cielo di Sellìa Marina, era proprio la famiglia, la famiglia come tema di ricerca, l’argomento prossimo che spesso e volentieri finiva col rappresentare il filo rosso delle nostre conversazioni su uomini, cose, libri, carte, epigrafi, dediche… Le dediche, soprattutto le dediche, come gioco dialogico e scambievole dono. Come segno di reciproca stima e "segno" di uno spazio culturale, vitale.
A proposito, ne ho sotto gli occhi una, di dediche, dell’agosto 1990: "a Nino Siciliani in ricordo di due estati / Augusto"; e rivivo con commozione l’ultima delle mie, dell’agosto 2002: "Ad Augusto, Nino… con il terzo che ci cammina accanto". Espressione di proposito un po’ misteriosa, ma che Augusto accolse amabilmente con un "capiscivi", guardando di sottecchi Annamaria, e ripetendo a mezza voce un secondo "capiscivi" / "ho capito", prima di mettersi a parlare del professore Mastroianni e a citare un versetto della Bibbia, che non ricordo.
Ed è ciò che ora mi porta a pensare ad un libro come Segni dei tempi. Un’opera, che Augusto aveva dedicato "al mio nipotino Riccardo, per il suo quarto compleanno", a che si apriva con alcune parole dagli Atti degli Apostoli, in tema di generazioni e famiglie:
Negli ultimi giorni - dice il Signore -,
io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona;
i vostri figli e le vostre figlie prolifereranno,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno dei sogni.
In vacanza, del resto, erano proprio di questo tipo i "sogni" e i "segni" di cui ci piaceva parlare tra noi: realtà e fantasie di ricerche storiche a nostro dire peregrine, originali (con buona pace degli eventuali colpi di sole). Come quelle, infinite, sui giornali… Che ci ponevano domande del tipo: come selezionarne gli articoli, come catalogarli, come conservarli, come leggerli, studiarli? "E se intanto li imbalsamassimo" - dicevo io -, "se li plastificassimo?". "Parra cu Maria Luisa, chi sti cosi i sapa" - concludeva lui -, "Parla con Maria Luisa, che s’intende di queste cose".
Avrei dovuto cioè parlarti dei giornali, "diario collettivo di fatti e di idee", e del modo di acquisirli in una biblioteca, come archivio a base emerografica… Dei giornali, che ci riguardavano. Fino all’ultima volta, che ci siamo sentiti per telefono: quando, essendo lui in partenza per Salerno, mi chiese di spedirgli le fotocopie di alcuni articoli dei quotidiani locali del giorno dopo, che lo avrebbero riguardato (si trattava di un premio appena ricevuto a Sellìa Marina), e che avrebbe voluto dedicare agli amici.
Così, sempre a proposito di dediche, mi torna in mente quella volta che ci siamo detti: perché non formulare quest’ipotesi (ardita), di selezionare un campione significativo di dediche d’autore, giustificando i criteri della scelta e le modalità e i limiti della documentazione, per costruirci sopra un discorsetto (e magari un film, o una pièce teatrale) di storia della mentalità? Perché non vedere negli elementi dialogici delle trasmissione interpersonale di un prodotto intellettuale, i segni evidenti e invadenti di una "concezione del mondo"? Di un o stile?
Dicevamo che sarebbe stato interessante e utile fare un lavoro del genere sulle opere di un autore o su quelle di un gruppo di autori, di un periodo storico, di un’area geografica, di uno spaccato culturale determinati. Raccogliere, per esempio, il maggior numero possibile di dediche, pubbliche e private, da una biblioteca di famiglia. E facevamo l’esempio della famiglia Leopardi…
Utile e interessante - aggiungo adesso – potrebbe essere l’eseguire un’indagine del genere sulle dediche dei libri e degli estratti che Augusto donava ad amici e conoscenti. A cominciare da quelli conservati nella Biblioteca Comunale "F. De Nobili" di Catanzaro: per studiare, così facendo, la personalità di Augusto, in relazione alle opere a ai giorni; e per coglierne i motivi ideologici e gli intenti eventualmente pedagogici. I suoi "segni dei tempi".
Come quella volta che, nel novembre del 1991, ci scrisse: "a Nino e Annamaria, con tanto affetto, offro questo aureo libretto di un tale che, un secolo e mezzo fa, aveva capito tutto / Augusto". Dove il "tale", altri non era il Giacomo Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’ italiani.
Il Leopardi, di cui Augusto, in un’altra occasione, ricordava la massima: "Circa i genitori pòrtati in quel modo appunto come tu vorresti che i tuoi figliuoli si portassero verso di te". E del quale, in tema di "quantità e qualità dell’istruzione in Italia", citava l’anticonformismo pedagogico: "La maggior parte delle persone che deputiamo a educare i figliuoli, sappiamo di certo non essere state educate. Né dubitiamo che non possano dare quello che non hanno ricevuto, e che per altra via non si acquista […]. L’educazione che ricevono, specialmente in Italia, quelli che sono educati - che, a dir vero, non sono molti -, è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù […]. Frutto di tale cultura malefica […] si è, o che gli alunni, vissuti da vecchi nell’età florida, si rendono ridicoli e infelici alla vecchiezza, volendo vivere da giovani; ovvero, come accade più spesso, che la natura vince, e che i giovani, vivendo da giovani in dispetto dell’educazione, si fanno ribelli agli educatori".
Sì, Leopardi a parte, c’era in Augusto una certa voglia di épater le bourgeois. E una sorta di radicalismo antipedagogico, che ci piaceva vedere in agitazione e di cui egli si compiaceva, per esempio quando giocava ad esagerare un po’: magari indossando con disinvoltura in pieno giorno, e sulla porta di casa perché intendeva proprio farsi vedere, una camicia da notte a mo’ di bianca uniforme estiva.
Oppure quando, discorrendo del "migliore amico dell’uomo", del cane, commentava: "il migliore amico dell’uomo… tu ‘nci mini e iddru ti vena appresso: ma si po’ essere chiù fissi e ccussì? / tu lo bastoni e lui ti segue passo passo: ma si può essere più stupidi di così?". E scivolava a dire, con battute al vetriolo, di uomini impermeabili a critiche e rimbrotti, che era meglio perdere che trovare. E faceva nomi e cognomi.
Annamaria ne era stupita, divertita, conquistata; e, nella sua ammirazione per l’immediatezza di Augusto, non era esclusa una punta polemica nei miei confronti ("Augusto sì che è simpatico, vedi come parla chiaro, altro che mediare, mediare, come fai tu"). Da parte sua Vera, anche se qualche volta brontolava sull’onda di qualche eccesso verbale del marito, era chiaro che nutrisse per lui una fiducia assoluta. Una specie di venerazione, che ovviamente Augusto ricambiava.
Le due coppie, le due famiglie, nonostante le differenze di età e tutte le altre peculiarità, inevitabilmente, si confrontavano. Ci confrontavamo: professore universitario lui, professore universitario io; tutti e due ex docenti di italiano e storia nell’Istituto Tecnico "B. Grimaldi" di Catanzaro (ricordavo di tanto in tanto ad Augusto, che se ne dimenticava, di averne ereditato la cattedra); insegnante Vera, insegnante Annamaria; calabresi della diaspora e loro e noi; e sia gli uni che gli altri, "padre e madre di tre figli tre", per l’appunto due femmine e un maschio.
E mentre si stava insieme era ovvio che mi ritornasse in mente l’Augusto giovane pater familias, che avevo conosciuto supplente al Liceo "P. Galluppi" di Catanzaro; e poi ritrovato precettore privato di amici, ai tempi della casa di Monte Corvino. E, in fatto di case, quanti ricordi, quante situazioni, nelle altre abitazioni della famiglia Placanica al Pianicello e a Madonna dei Cieli; poi a Salerno; quindi a Sellìa Marina, nelle diverse villette di Giorgio Brescia al mare…
Ed era qui che la sera, qualche volta, che ci si trovava seduti in giardino con altri amici e congiunti morganatici: spesso e volentieri con i coniugi Sorrentino più figlio; altre volte, con Piero Bevilacqua, Franco Santopolo, Dino Vitale, ecc. E ce ne stavamo lì, tra gli alberi, a ricordare la Catanzaro di una volta, le nostre "meglio gioventù", le possibili comuni esperienze: Filippo De Nobili ("Don Pippo") e Giovanni Mastroianni in testa.
Il Mastroianni, il Mastroianni "come il Sidol" (diceva Augusto), che una volta evocato, diventava per noi un’agognata meta di pellegrinaggio a Copanello, "il prossimo sabato o la prossima domenica". Un’occasione di più per commemorare, per mescolare e sceverare ricordi di scuola e di vita catanzarese, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta ("ahimè, del secolo scorso"). E per parlare dei propri studi, di politica e società.
Prodigo di consigli ai più giovani di lui, sui libri da leggere, sulle ricerche da fare, l’Augusto attivissimo bibliotecario al Liceo è per me un ricordo indelebile. E fu lui, a casa sua, ad imprestare al sedicenne aspirante lettore Cristo s’è fermato a Eboli e L’orologio di Carlo Levi. Lui, a fornirmi le prime spiegazioni tecniche sull’uso di una biblioteca pubblica e sulla formazione di una biblioteca privata (con l’aiuto della celebre Guida di Delio Cantimori). Lui, a farmi capire che cosa sia un archivio storico (nella specie, l’Archivio dello Stato di Catanzaro): e che cosa un repertorio, uno schedario, un faldone, una busta, una carta, ecc…
Per Augusto erano gli anni dei suoi studi sulla Cassa sacra. Per me, quelli del primo impatto con bibliografie, citazioni, note a piè di pagina, schede di lettura, rassegne critiche, recensioni, bozze di stampa, ecc. Per tutti e due, in modi diversi, gli anni della militanza politica nel PCI. Gli anni della comune amicizia con Mastroianni, Sarino Maida, Totò Ameduri, il gruppo di "Regione Calabrese", tutti gli altri delle passeggiate sul corso.
Sicché, sbirciando nell’officina storiografica di Augusto (mentre cominciavo ad essere di casa in quella del professore Mastroianni), ho avuto modo di conoscere un laboratorio di storia, fatto di letture, scritture, immagini e numeri, statistiche, percentuali, consuntivi, giudizi. Ah! quella calcolatrice, quei rotoli, quelle cifre, quei protocolli: tutta roba ad Augusto essenziale e di cui, ora bonariamente ora burbanzosamente, mi faceva intendere il senso.
Sono così arrivati per me gli anni della laurea, per Augusto quelli della docenza universitaria. Per entrambi, continuava ad essere tuttavia il tempo della Biblioteca Comunale "F. De Nobili" (musa familiare, allora, Maria Mazzocca); il tempo degli amichevoli incontri in episodi di ricerca e in corsi di aggiornamento per insegnanti (uno diretto da Pietro Borzomati), in conferenze e in presentazioni e recensioni di libri, in opere miscellanee e in varie altre situazioni scientifiche e didattiche. E, ovviamente, in diversi momenti di vita familiare.
A cominciare dalla coincidenza, indimenticabile per me ed Annamaria, di due fatti: sempre in estate, in un pomeriggio di caldo torrido, l’estremo saluto al fratello, a tuo zio Maurizio, nella chiesa della Maddalena a Catanzaro e il primo benvenuto a Daria, la nostra primogenita. E ricorderei qui, tutt’insieme, i momenti in cui incontravo il Colonnello Placanica, tuo nonno, nella casa del Pianicello o nella Biblioteca Comunale, a far ricerche erudite guidate da Augusto. I momenti in cui tuo padre e tua madre parlavano di voi figli, dei vostri studi, della vostra vita; e quegli altri momenti, nei quali Annamaria ed io ci confidavamo a nostra volta con Vera ed Augusto sui nostri ragazzi, sui loro problemi scolastici, universitari, sentimentali.
E sapevamo benissimo, le due coppie, che quel ritrovarci d’agosto in mezzo a tanti parenti, da un lato comportava qualche limitazione: come se, nel gruppo delle famiglie, le nostri voci personali, le nostre fisionomie individuali, non ci appartenessero più di tanto. Da un altro lato, però, quella duplice atmosfera di famiglia all’incrocio, quella doppia sensazione d’appartenenza alla razza e al suolo calabresi, ci forniva una specie di alibi a fare di necessità virtù, valorizzando i dettagli; e questo un po’ ci esaltava. Potevamo così, senza perdere terreno, vantare i frutti del nostro stare insieme non da soli, ma in compagnia dei nostri cari.
Indimenticabili, d’altra parte, le osservazioni di Augusto sulle famiglie degli ombrelloni accanto: "Ma un viditi comu parranu, comu parranu sempra d’istessi cosi: du mangiari, du mangiari e du viviri… ca i catanzarisi è sulu chistu chi vonnu" / "Ma non vi accorgete come parlano, come parlano sempre delle stesse cose: del cibo, del mangiare e del bere… che i catanzaresi è solo questo che vogliono". E io: "Hai visto i giornali di oggi? è anche lì la stessa cosa: non sanno scrivere d’altro che di cibo, di cibo, di cose locali, di sottocultura…". E lui, di rimando: "No, non vitti nenta: non vogghiu ma leju jornali… ma mi fai vidiri chisti chi dicisti?" / "No, non ho visto niente: non voglio leggere giornali… ma me li fai vedere, questi di cui hai parlato?".
E capivi che non era solo delle famiglie limitrofe d’ombrellone che Augusto intendeva dire, ma di tutta la società calabrese: del mancato sviluppo, della crescente invadenza del privato nella cittadinanza, delle perversioni dell’individualistico, della prevaricazione del localistico nel sociale, del campanilistico nella politica. Il che non toglieva, evidentemente, che egli ritrovasse nella sua famiglia quasi il compimento di se stesso: un compimento più grande del "sé", esistente prima di lui e capace di sopravvivergli con quel che in lui c’era di meglio.
E c’era in lui anche un certo edonismo familiare, che scivolava ludicamente addosso a tutti noi che gli stavamo attorno: una ricerca e una pratica di ciò che fa piacere, in famiglia, sul presupposto che i sentimenti e le abitudini che costituiscono la felicità pubblica, si formano in famiglia. E con gli amici di famiglia, magari in vacanza, al mare…
Non che non capitasse altrimenti, nel corso dell’anno, di vederci o scriverci o sentirci per telefono. Ma l’estate era un’altra cosa. La certezza di sapere in luglio che ci saremmo visti in agosto, con Augusto e Vera, era per me ed Annamaria un modo di qualificare l’attesa delle ferie e, quasi, di celebrare un rito di famiglia.
Si andava ad un appuntamento e la riuscita delle nostre vacanze sarebbe dipesa anche dal rinnovarsi di quel rendez-vous, dal ripetersi delle reciproche visite a casa o sulla spiaggia; dall’impegno a fare, che so io, una gita plurifamiliare a Serra San Bruno; o a partecipare a una serata didattica a Sellia Marina o danzante a Rivachiara (nonostante lo sgradevole incidente, una volta, dell’atterramento con rimbalzo di Augusto, per l’inciampo su una bici ballerina…).
E ci piaceva la promessa, qualche volta mantenuta, che "una di queste sere di luna piena", ci saremmo ritrovati tutti a fare un bel bagno notturno, per sfatare il buio, ammirare il luccichio del plancton, sentire un coretto di denti infreddoliti, asciugarci in fretta con l’accappatoio e sorseggiare del buon cognac per scaldarci un po’.
Ciao, Maria Luisa. Arrivederci ad agosto spero, a Sellìa Marina. Dove Augusto e Vera ci mancheranno certamente. Ma dove non potremo fare a meno di ricordarli. Affettuosamente, da famiglia a famiglie,
Nino con Annamaria.
Roma, luglio 2003

