Augusto Placanica: occupazioni nel tempo libero
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Augusto: occupazioni nel tempo libero |
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I suoi genitori, nel 1932, quando quel consistente pargolo venne alla luce, non potevano immaginare quanto quel nome da loro scelto sarebbe stato calzante. E sì che i presupposti c'erano perché quel nome-aggettivo divenisse parte dei tessuti che andarono a comporre la sua pelle. Un nonno fin troppo ingombrante professionalmente ed umanamente, superbo e altero quanto tenero e generoso con un nipote dal nome così impegnativo; una mamma - figlia, appunto di quell'amato nonno - egemonica e imponente; un padre che, pur nelle sue prolungate ma giustificate assenze (e vorrei vedere: due guerre mondiali!), non ha mai dimenticato di essere un ufficiale attento al rigore e alla disciplina. Come poteva, allora, Augusto essere semplicemente un nome proprio di persona? Dice Ernst Cassirer "che il nome e l'essenza siano tra loro in una connessione intrinsecamente necessaria, e che il nome non soltanto designi l'essenza ma che esso sia l'essenza medesima, e che la forza dell'essenza medesima stia racchiusa in esso" (Linguaggio e mito). Certo quella "connessione" indissolubile, onomatopeica, etimologica e morfologica doveva essere scritta nella sua storia individuale, se poi, quando il cuore cominciò a battere forte, doveva essere per una donna il cui nome era sempre un aggettivo, breve, bisillabico, ma significativo e, irrimediabilmente, al femminile - Vera -: l'unica donna-aggettivo degna di accompagnare per sempre l'uomo-aggettivo, Augusto. La leggenda era solo all'alba, perché insieme non si sarebbero limitati alla morfologia. Ma facciamo un passo indietro, torniamo al pargoletto che, mentre il papà era in guerra (distinguendosi per aver salvato la vita a sua maestà o per essere sopravvissuto ad El Alamein), molto tenacemente cominciava ad abusare di letture e ad intraprendere la sua titanica collezione di francobolli. Il papà Umberto, tornando da una delle sue missioni, dopo aver saputo dall'amato nonno - l'avvocato Federico Cinnante - che al pargolo non cascava il libro di mano, con grande stupore dovette notare quella bizzarra collezione, la qual cosa lo indusse a chiedere a cosa servisse; la delusione del giovanissimo Augusto dovette essere talmente bruciante da sospettare che effettivamente fosse una cosa insana collezionare minuscoli e vecchi pezzi di carta, e - cosa ancor più bizzarra! - pagare per possederli. Ma il carattere dell'imperatore si stava forgiando anche attraverso queste lacerazioni interiori. E la collezione cresceva, e le collezioni crescevano di numero, e così l'amore cieco per i libri e la ricerca per il loro possesso ("mai inferiore alla lettura", come ebbe a dirmi nonno Umberto disputando con me il possesso di un affascinante testo su Montezuma, regalatomi dall'"imperatore" Augusto in persona per una delle mie "prodezze" scolastiche). Il suo primo libro, sfogliato a Reggio Calabria ancora in età prescolare, era stata un Bibbia di cui aveva potuto assaporare solamente le "figure", quelle amiche dell'infanzia di tutti i bambini predestinati, ovvero destinati a fare follie per i libri. A proposito della sconsiderata follia, non posso dimenticare come, qualche anno fa, ospite a casa mia, a Pistoia, abbia insistito per includere, fra le mete turistiche, il dimesso mercatino dell'usato, carico di materiale di tutte le fogge e di tutti gli odori. Augusto, convalescente dall'intervento subito all'occhio, entrando nell'enorme e poco accogliente locale, senza alcuna difficoltà, raggiunse immediatamente il reparto dei predestinati, lasciandomi di sasso per l'abilità dimostrata, dato che la sua vista (- ironia della sorte - mai eccellente ! ) in quel momento soffriva di un gap non trascurabile: un vero cane da tartufo, come non mancai di ripetergli varie volte nei mesi successivi. Ma insomma il pargolo cresceva e, se prima aveva cercato di indovinare i testi dalle figure, ora i primi rudimenti scolastici gli davano la possibilità di godere di quest'enorme patrimonio, fra i più graditi doni inviati agli uomini dagli dei. L'autosufficienza nella lettura e nella manipolazione dei libri deve essere stata per Augusto una sorta di equivalente dell'oppio di Verlaine, Baudelaire e Rimbaud. Vari generi hanno accompagnato la sua vita nei diversi momenti condizionandone l'umore, la percezione e l'interazione con gli altri. Dalla morte di Vera, da sempre volutamente dissacratrice della pomposità e della vanità tipiche degli intellettuali, l'imperatore aveva recuperato quella leggerezza da lei espressa e quella predilezione per le letture programmaticamente fuori da quell'establishment mortificante e triste: imperava su tutti Achille Campanile, di cui rileggeva da anni le opere così insolite nel panorama letterario italiano. Augusto cresceva e, alla passione per la storia, si accompagnava l'amore per alcuni oggetti speciali. Ma tutto in lui assumeva una connotazione storica, sicchè quei molteplici interessi e quella varietà di oggetti andavano a convivere in maniera ordinata e con una strategia consapevole nella dimora. All'insegna del sacro e del profano, le presenze e le residenze degli oggetti godevano di pari autorevolezza: dalle scatole di plastica dei gelati (conservate con cura per riporre tutti gli "articoli" del suo "negozio" personale: medicine, cavi, vecchi telefoni, materiale elettrico ecc.) alle carte geografiche d'epoca, passando per la prestigiosa collezione di penne stilografiche a loro volta custodite in un'accattivante collezione di vecchi astucci di legno decorato. Ma procediamo con ordine. Quando Augusto, ormai sposato e divenuto papà, aveva cominciato a portare in giro con la sua amata Simca 1000, la variegata famiglia, si era lasciato sedurre dall'hobby della fotografia. Bellissime le sue diapositive sia di soggetti umani che di nature morte o di paesaggi. Ma l'hobby si era approfondito nella predilezione di una marca di macchina fotografica su tutte: la mitica Exakta. Inoltre, non appena le dimensioni della sua nuova casa glielo consentirono, cominciò a sviluppare e a stampare lui stesso le sue fotografie nella camera oscura da lui allestita. La collezione delle macchine fotografiche giunse a contare circa venti esemplari di quegli articoli prodotti in un paese da lui a suo tempo amato: la Germania dell'Est. Era questo un elemento che lo rendeva fanatico di quei gioielli "total black". Nelle varie escursioni fuori porta deve, poi, aver acquistato la sua prima cipolla che doveva poi condurlo a collezionare, non solo quegli oggetti ormai desueti in epoca di orologi al quarzo e di Swatch, ma anche orologi da tavolo, da parete e, soprattutto, orologi a pendolo, il cui rito di caricamento rappresentava uno dei momenti di massima gioia. Ora che l'imperatore non c'è più comprendo come tutto ciò verso cui volgeva la sua curiosità carica di intelligenza, fosse sempre filtrato dalla sua passione madre: la STORIA. La storia come dinamica di tempo che scorre trattenendo e tralasciando, lavorando per noi, uomini e donne, ignari dell'evoluzione. "E questi messaggeri dell'incosciente ci avvertono del carico che trasciniamo dietro a noi senza saperlo. Ma, quand'anche non ne avessimo l'idea distinta, sentiremmo vagamente che il passato resta in noi presente. Che cosa siamo noi, infatti, che cos'è il nostro carattere, se non la sintesi della storia che abbiamo vissuto sin dalla nascita, prima ancora anzi, poiché portiamo in noi delle disposizioni ereditarie? Certo, pensiamo soltanto con una piccola parte del passato; ma di fatto desideriamo, vogliamo, agiamo, sotto l'influsso di tutto il nostro passato, comprese le tendenze originali dell'anima. Il passato ci si manifesta dunque integralmente per la spinta che esercita su di noi e sotto forma di tendenza, quantunque una piccola parte soltanto di esso divenga rappresentazione" (Henri Bergson, L'evoluzione creatrice). E cos'erano e cosa sono quelle cipolle, quegli orologi, quelle macchine fotografiche, le fotografie stesse, quelle immagini sacre, quelle penne, se non gli strumenti della memoria, dello scorrere del tempo e dell'essenza degli spazi: la sintesi del passato. Gli anni passavano ed, anche se ancora il computer non si era ribaltato sulla nostra vita con l'inevitabile fragore prodotto dal suo impatto, tuttavia Augusto, per la stesura delle sue opere, disponeva di un discreto parco macchine da scrivere, ma il fascino delle stilografiche non si esaurì mai, così che la sua preziosa e singolare collezione si ampliava e, accanto alle antiche e ricercate Omas e Aurora (alcune - come l'ultrapiatta - esposte al MOMA di New York) si andavano ad aggiungere Montblanc e Parker e, alle stilografiche, ora, si affiancavano biro e roller o anche - perché no? - portamine. Gli astucci erano sempre quelli di legno chiaro e lucido, ma le penne predilette vagavano ribelli per la casa, ansiose di essere utilizzate per le curatissime firme, forse si sentivano minacciate - come in uno dei più riusciti lungometraggi della Walt Disney, Toy story - da quell'esercito di nuovi oggetti aspiranti al trono. Condividevamo l'affetto per il materiale da cartolibreria fatto di odore di mine, di carta, di gomme e di quelle specialissime penne. Non vi erano strumenti di quello specialissimo settore di cui non possedesse almeno un esemplare: spillatrici e levaspillette, forbici di vario tipo, colle per i più disparati usi, quaderni di tutte le dimensioni, tagliacarte, matite e matitoni, penne classiche e penne pop il tutto frullato in quell'irripetibile e già menzionato mix di sacro e profano. In realtà, una vera collezione poliedrica non può contemplare la puzza sotto al naso ed Augusto riteneva che tutti quegli oggetti, a prescindere dal loro valore e dalla loro fattura, meritassero pari dignità e rispetto in quanto segni dei tempi, proprio come il titolo di uno dei suoi più riusciti libri. A questo proposito, un posto a parte merita una delle collezioni più originali e, ovviamente, tra le più sguarnite, perché avrebbe richiesto passeggiate alla ricerca del pezzo e, notoriamente l'imperatore, in fatto di camminare, non voleva saperne: l'"incantato della stella". Questo particolare personaggio, presente in ogni presepe che si rispetti, si impose alla sua attenzione proprio durante l'elaborazione di Segni dei tempi. "- Noto anche col nome di pastore della meraviglia -, cioè il pastore che è stato incantato, immobilizzato dall'apparire della cometa, in un gesto fermato nel tempo; perché in effetti, è stato l'universo intero, e non solo lui, a fermarsi un istante. Il suo estatico atteggiamento è particolare, certamente, e forse quello che più conferisce una trasognata atmosfera poetica al paesaggio, quasi collegato con gli spazi siderali; ma la sua positura e il suo attonito sguardo non ci direbbero molto se il suo nome stesso, di incantato della stella, non ci inducesse a riflettere sulla elevata funzione simbolica di questa figura, in cui si racchiude e si condensa la presepiale metafisica immobilità, a sua volta simbolo dell'arresto del mondo". (A. Placanica, Segni dei tempi. Il modello apocalittico nella tradizione occidentale). Dunque, l'incantato della stella deve restare fermo, assolutamente immobile e, infatti, il capitolo in cui è inclusa la descrizione di questo personaggio, ha per titolo: Il Natale, o l'immobilità. E tutte le collezioni di Augusto fanno i conti con quest'ultima condizione o con il suo opposto: la mobilità, il movimento. E, talvolta, possono addirittura contemplare le due condizioni contemporaneamente, come nel caso delle carte storico-geografiche, per lo più relative al territorio calabrese o meridionale. Esse documentano la configurazione fisica oggettiva di un territorio nel "movimento" e nelle trasformazioni impressi dal succedersi delle dinastie, dei governanti, delle amministrazioni: della politica. E si torna sempre alla madre delle passioni: la Storia. I frammenti della vita danno calore alla memoria storica, diventano un linguaggio sinestetico, una conferma del passato che va a rafforzare di senso il presente. Ma a questi risvolti storico-antropologici, va aggiunta un'altra origine delle molteplici attività, collezioni e raccolte che hanno scandito le giornate di Augusto: l'elemento ludico. Passare il tempo dell'ozio, maneggiando tutti quegli oggetti e cercando fra i cataloghi nuovi desideri a cui aspirare, gli procurava la felicità e l'armonia che andavano ad ossigenare l'aria domestica e tutti, in famiglia, percepivamo quei "trastulli" come i prodotti più visibili e più dilettevoli del professore e dello storico che, per gli altri, era colui che scriveva e parlava, ma, solo per noi, era anche colui che si incurvava sugli album Marini estraendo diligentemente un francobollo per osservarlo da vicino, così vicino come solo un miope può vederlo.
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