Nel ricordo di un maestro di Mario Casaburi
L'immagine di Augusto mi è tornata molto spesso in mente fin dalla sera del 2 novembre dello scorso anno, quando appresi dalla voce commossa di Mirella Mafrici la tristissima notizia della sua scomparsa.
Avevo sentito al telefono Augusto alla fine di settembre, sembrava avesse superato la fase critica della sua terribile malattia. Avevamo parlato, come sempre, dei miei studi, mi aveva invitato a spedirgli il più presto possibile il floppy sul cardinale Fabrizio Ruffo, mi aveva raccomandato (il suo e il mio visus lo imponevano) di usare al computer la "dimensione 16".
Non l'ho sentito più.
Ci sentivamo spesso con Augusto, a novembre e a dicembre scorsi mi sono ritrovato molte volte a comporre meccanicamente il suo numero telefonico. Era sempre pronto ad ascoltare, a consigliare, a dare preziose indicazioni, anche a sollecitarmi, a pungolarmi. Il fraterno amico e maestro mi ha dato moltissimo dal punto di vista umano e dal punto di vista culturale, mi ha seguito con pazienza, mi ha trasmesso quell' "affetto (che aveva saputo infondere in tantissimi giovani) per la ricerca storica come tensione civile nella prospettiva della conoscenza critica da offrire alle nuove generazioni". Ed è stato un affetto ricambiatissimo non solo da me ma anche dai tantissimi amici, quelli catanzaresi in particolare, ai quali era profondamente legato.
Ne ricordo ancora l'entusiasmo, tipico dei giovani, che riusciva a trasmettere in chi cercava di avvicinarsi alla storia, nella quale - ripeteva spesso - si agitano uomini con i loro bisogni, le loro aspirazioni, i loro difetti, i loro pregi.
Alla fine degli anni settanta avevo raccolto ed elaborato, anche con l'aiuto del computer, decine di migliaia di dati sulla criminalità comune dell'Ottocento in Calabria. Augusto fece capire a me, troppo attento ai soli numeri, che dietro quelle fredde cifre, dietro quelle aride statistiche si nascondevano uomini, donne, famiglie, drammi della povertà, della fame, della miseria, dell'ignoranza, della superstizione, della gelosia.
Ricordo con profonda commozione l'intenso pomeriggio del 23 ottobre 1986, trascorso con lui e il gruppo di "amici-studiosi catanzaresi", come affettuosamente ci definiva. Fu un giorno importante per tutti, denso di progetti di altissimo valore culturale e di speranze.
Augusto, profondamente coinvolto, analizzò con la sua consueta acutezza e franchezza la nostra condizione di "isolamento, e di consapevole distacco, verso un ambiente di avventurieri e stolti, che ci stimava degli umanisti utili solo in certe occasioni". Ci esortò ad incontrarci, a confrontarci.
"Non vi è facile - ci scrisse il giorno successivo in una lettera traboccante di commozione e di affetto per tutti noi, "devoti" amici, e di amore intensissimo per la sua città e per la sua terra di origine - conglutinare, aggregare, e spesso ho l'impressione che gli incontri "collegiali" con me siano, per voi stessi, una rara occasione d'incontro tra voi (dove per incontro intendo qualcosa di alto, assai alto, che porta a volare alto).
Le città, le piazze, le stanze, le teste, sono - continuava con grandissima convinzione - piene di quello che ci hai messo e ci metti dentro, le istituzioni possono agevolare, non creare. Ma perché non tentate, anzi - dico -, perché non tentiamo di ribaltare questa logica che non porta da nessuna parte se non alla disperazione intellettuale, nella quale passano gli anni? Occorre romperla, cominciando a mantenere, sì, legami d'affetto e di devozione quanto volete voi e con chi volete voi, ma intanto rompendo cordoni ombelicali e rapporti di attesa, di condizionamento. Occorre che ognuno tragga, da tutti gli altri, elementi di conoscenza e di critica che innalzino il proprio lavoro, i propri studi, la propria ricerca.
Perché - ormai - non dovrebbe nascere - era questo il suo obiettivo e il suo più profondo desiderio - la "Società storica calabrese"? Secondo me le condizioni ci sono tutte. Si tratta di aumentare il numero di occasioni per incontri e dibattiti, ma non astratti, sì piuttosto dedicati al reciproco migliorarsi delle conoscenze, delle verifiche critiche, degli stimoli intellettuali. A realizzare questo scopo occorre impostare un cantiere di lavoro (o due-tre, al massimo) nel quale ciascuno, ascoltando gli altri e facendosene ascoltare, dia e riceva il massimo dei possibili miglioramenti, dia e accolga il meglio delle altrui competenze. Ma c'è bisogno di lavoro comune, altrimenti non si fa niente.
Resta il problema della crescita qualitativa interna, resta il problema del comune cantiere di lavoro, resta il problema del progressivo inaridirsi delle leve di studiosi. Eppure spiriti desiderosi di cimentarsi con la nostra storia ce ne sono, giovani amanti delle cose belle e serie ci sono. Sono pochi? Non fa niente: importante è che siano buoni e che diventino migliori, altri verranno. L'importante è trovare, 'inventare' temi nuovi per studiosi vecchi e nuovi.
Io sono disponibile. Prima il vino, poi il fiasco, poi l'etichetta, se no, resta un fiasco vuoto.
E poi avanti verso una meta alta e comune".
Raccogliemmo l'invito di Augusto, solo in parte, purtroppo, abbiamo lavorato nella direzione indicata, il rischio di un naufragio, venuti ora a mancare la mente e il più attivo promotore e sostenitore, è concreto.
A me è mancato e mancherà Augusto, mi mancheranno i suoi consigli e (perché no?) i suoi affettuosi "rimproveri". Non dimenticherò il suo rigore scientifico, ricorderò con tristezza la sua malinconia, la sua profonda conoscenza degli uomini e dell'uomo. Augusto mi ha insegnato ad avvicinarmi, a studiare, a comprendere l'uomo per capire meglio noi stessi e gli altri.
E non è cosa di poco conto.
22 ottobre 2003
Mario Casaburi

