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Prof. Augusto Placanica

Augusto Placanica: Ricordo di Maria Rosaria Pelizzari


   


   
 



   Il 2 novembre 2002, a settanta anni, si è spento Augusto Placanica, rigoroso intellettuale ed originale storico dell'età moderna. Chi lo ha conosciuto circa venti anni fa, quando egli riuniva studiosi, giovani e meno giovani, non tutti incardinati nell'Accademia, ma uniti dal desiderio di studiare la storia riconoscendo in lui un prezioso punto di riferimento, ne ricorda l'entusiasmo - tipico dei giovani e delle menti geniali - nell'intraprendere sempre nuove avventure intellettuali; nonostante le difficoltà che le istituzioni spesso creano agli spiriti liberi e rigorosi, inadatti ai riti del potere, ed alle liturgie della mondanità accademica.
   Era l'epoca in cui Augusto Placanica, dopo aver fondato il centro studi «Antonio Genovesi» per la storia economica e sociale, coordinava lo studio, innovativo sul piano metodologico e propositivo, di una 'vecchia' fonte: il catasto conciario, voluto da Carlo di Borbone. Sotto la sua guida, molti intellettuali delle province meridionali (professionisti, insegnanti, bibliotecari, archivisti), spinti inizialmente dall'amore per le loro memorie patrie, avrebbero analizzato, con indagini a volte anche sofisticate, il catasto del proprio paese, in un vero e proprio work in progress, che sarebbe confluito nel convegno Il Mezzogiorno settecentesco attraverso i catasti onciari, e in due volumi (Napoli, ESI, 1983 e 1986). Da allora l'attività del centro Genovesi, di cui per molti anni sono stata segretaria, alternandomi con Mirella Mafrici, ha promosso iniziative rivolte a Salerno e al suo territorio, ai quadri regionali meridionali, ai problemi dell'alfabetizzazione nell'età moderna e contemporanea, a numerose tematiche di storia sociale e culturale, come testimoniano i numeri degli «Annali» del centro, caratterizzati dall'originalità delle tematiche affrontate e dalla presenza di studiosi di varie discipline.
   Augusto Placanica, 'artigiano della storia', nel senso alto del termine, come è stato recentemente definito, non era tuttavia chiuso nell'ambito dei segreti dell'arte. Egli era convinto sostenitore dell'apertura della storia alle altre scienze umane. Insofferente al conformismo accademico, si presentava subito come un intellettuale e uno studioso irrequieto, lontano da scuole e da ortodossie. Amava ripetere che i suoi primi, già poderosi, lavori di ricerca erano nati quando, lontano dall'Accademia, lavorava a Catanzaro, come direttore della biblioteca o come professore del liceo Galluppi: anni di accanito e tenace studio solitario, segnato dal rigore etico e dalla lezione dell'Illuminismo.
    In quel periodo la sua ricerca si indirizzava, in una visione marxiana del processo storico, agli uomini e alle strutture, focalizzando il suo campo di indagine nella Calabria del Settecento. E, in realtà, nella sua vasta produzione scientifica si possono individuare due motivi di base che hanno unito e diretto il suo percorso di ricercatore: la Calabria, terra amata e detestata, e il secolo dei Lumi, di cui sentiva forte la lezione; non a caso era socio della Società italiana del XVIII secolo. I suoi esordi, ispirati alla storia economica e sociale della Calabria in età moderna, sono confluiti in numerosi saggi, e nei suoi primi volumi: Cassa Sacra e beni della Chiesa nella Calabria del Settecento (Napoli 1970); Il patrimonio ecclesiastico calabrese nell'età moderna (Chiaravalle Centrale, Edizioni Effe Emme, 1972); Uomini Strutture Economia in Calabria nei secoli XVI-XVIII, vol. I. Demografia e società (Reggio Calabria, Editori Meridionali Riuniti, 1974), vol. II. Clima Produzione Rapporti sociali (Chiaravalle Centrale, Edizioni Effe Emme, 1976); Mercanti e imprenditori nel Mezzogiorno settecentesco (Reggio Calabria, Editori Meridionali Riuniti, 1974); Alle origini dell'egemonia borghese in Calabria. La privatizzazione delle terre ecclesiastiche, 1784-1815 (Salerno-Catanzaro, Società Editrice Meridionale, 1979). A questi lavori si affiancano gli studi dei primi anni ottanta, in cui il suo interesse, ancora basato sulle strutture economiche e sociali della Calabria, già mostrava la direzione che poco dopo avrebbe intrapreso, in modo sempre più deciso, nel sentiero della storia della cultura e della mentalità. È del 1982, Moneta prestiti usure nel Mezzogiorno moderno (Napoli, SEN), in cui Augusto Placanica, nell'imbattersi con le fredde note dei libri contabili del Sette-Ottocento, lamentava di non potersi avvicinare agli uomini e alle donne, che si celavano dietro quelle trascrizioni di danaro prestato e di nomi di debitori, per cui non riusciva a rappresentare il dramma delle esistenze che ruotavano in quei giri di monete e di usura. Leggiamo le sue stesse riflessioni, che mostrano come lo storico delle strutture economiche, in realtà, da tempo ormai (forse da sempre) fiutava, alla maniera dell'orco di Marc Bloch, carne umana:
 

 

Per quanto si sforzi di non essere événementielle, la storia ci dà solo dei fatti: magari economici e sociali, e finanche di sensibilità, ma pur sempre dei fatti: forse solo la poesia riesce a darci anche l'anima. Forse soltanto la grande stagione del romanzo - russo, inglese, francese - può restituirci il dramma delle famiglie indebitate, la fosca atmosfera dell'usura e dei prestiti di sussistenza, la cinica ascesa di tante famiglie verso i fasti borghesi grazie all'esercizio dei prestiti iugulatorii. (pag. 13).

 

   Gli studi dedicati alla società calabrese d'antico regime si concretizzarono anche nei due volumi, editi dall'ESI, La Calabria nell'età moderna, vol. I. Uomini strutture economie (1985), vol. II. Chiesa e società (1988). A questi lavori va affiancata la direzione della poderosa Storia della Calabria (in sette volumi, Roma, Gangemi, 1992); e la cura, in collaborazione con Piero Bevilacqua (che Augusto Placanica con orgoglio amava definire suo primo allievo), del volume Calabria, nella serie «Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi», (Torino, Einaudi, 1985) in cui appaiono due suoi saggi, uno su I caratteri originali, e uno su Calabria in idea. Gli anni ottanta furono anche caratterizzati dalla frequentazione del gruppo di intellettuali che nel 1986 diedero vita all'IMES («Istituto meridionale di storia e scienze sociali»), di cui Placanica è stato presidente sin dalla fondazione, e l'anno dopo vararono la rivista «Meridiana», diretta da Piero Bevilacqua, non a caso definita 'rivista di storia e scienze sociali'. Sempre di più nei suoi scritti egli mostrava intanto di aver recepito le suggestioni â che agli inizi degli anni settanta arrivavano dalla storiografia d'oltralpe â della storia sociale attenta alle lunghe durate, e ai prestiti disciplinari, con una radice nell'economia, ma con una buona sensibilità sociologica, e di storia della mentalità.
   Gli anni ottanta rappresentano, come si è accennato, una svolta nella produzione di Placanica: quello stesso fondo archivistico (l'archivio della Cassa Sacra) e lo stesso periodo storico (gli anni ottanta del Settecento) furono osservati con l'occhio dello storico-antropologo. Vide allora la luce L'Iliade funesta (Roma, Gangemi, 1984); e nel 1985 l'interesse per la storia culturale e della mentalità si concretizzò nel volume einaudiano Il filosofo e la catastrofe. Da allora il grande storico calabrese, partendo dall'esplorazione degli universi segnico-metaforici e della loro valenza nella storia dell'Occidente, affrontati nel volume Segni dei tempi. Il modello apocalittico nella tradizione occidentale (Venezia, Marsilio, 1990), ha seguito un percorso originale, in cui univa l'amore per i classici e per la letteratura italiana all'osservazione attenta della società contemporanea, che sono confluiti in opere come Storia dell'inquietudine. Metafore del destino dall'Odissea alla guerra del Golfo ( Roma, Donzelli, 1993); e Millennio. Miti e realtà dell'anno epocale (Roma, Donzelli, 1997); come Leopardi e il Mezzogiorno del mondo (Cava de' Tirreni, Avagliano,1998); e il suo manuale di Storia moderna (Milano, Bruno Mondadori, 2001).
   Nel quadro culturale e scientifico, che si è fin qui venuto configurando, occupa un posto importante il progetto dell'edizione critica di tutte le opere di Giuseppe Maria Galanti, frutto di una 'passione' ventennale, fatta non solo di studio e di frequentazione con le carte Galanti, ma di trasferte continue a Santa Croce del Sannio, sede dell'Archivio Galanti, e di conversazioni con il conte Rocco Maria, ultimo discendente del grande riformista molisano, dal quale Placanica ebbe incondizionata fiducia e stima, in modo da mettere in cantiere un'opera che precedentemente non era stata possibile ad altri eminenti studiosi. L'opera collettiva, di cui sono già usciti, presso l'editore Di Mauro di Cava de' Tirreni, sei volumi, ed altri quattro sono di prossima pubblicazione, prevede complessivamente ventiquattro volumi.
   Nel ricordare Augusto Placanica, non si può tacere del rapporto con cui egli era legato agli studenti che, affascinati dalle sue capacità retoriche, ascoltavano numerosi gli argomenti complessi che presentava loro con sorprendente chiarezza. All'Università di Salerno, del resto, egli esercitò una innata capacità di attrazione e mostrò sempre una disponibilità intellettuale, che si traduceva in un clima di confidenziale parità con i giovani a cui dava credito, sempre pronto a spendersi sul piano intellettuale e scientifico per chiunque gli chiedesse un consiglio. Ed era sempre utile ascoltarlo, anche durante i suoi momenti di amaro e veemente sfogo, quando, per i modi bruschi e scontrosi, in alcuni casi egli poteva lasciare sbigottiti quanti non lo conoscevano. Ma non quelli che avevano avuto la fortuna di collaborare con lui, che capivano bene come fosse in realtà: tollerante per formazione culturale, ma pronto a stroncare con sarcasmo ed ironia la stupidità e la furbizia, che si scontravano col suo rigore etico e la sua straordinaria umanità. Una umanità che traspare dalle fotografie con cui amava fissare la memoria dei tanti allievi, insieme ai quali, alla fine di ogni anno accademico, voleva concludere il corso di Storia moderna con la rituale gita nei dintorni di Salerno. Oggi ho il rimpianto di non aver mai voluto partecipare a quel rito, per la mia timidezza che mi impediva di familiarizzare con gli studenti fuori dalle aule dell'Università.

 

Salerno 22 novembre 2002

Maria Rosaria Pelizzari

 

 
     

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